Google condannato in Australia, responsabile dei risultati come un "editore"

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Questa sentenza fa sollevare più di un sopracciglio, perché sembra uscire direttamente dal passato, da quell’insicurezza sui nuovi media che speravamo fosse stata ormai bandita dai tribunali occidentali: in Australia Google è stato condannato da un giudice a risarcire per 200.000 dollari la vittima di un caso di diffamazione.

Tra i suoi risultati, infatti, comparivano alcune immagini di un uomo identificato come Michael o Milorad Trkulja ed un articolo che lo qualificava (erroneamente) come un affiliato alla malavita organizzata locale.

Trkulja, infatti, non era la persona fotografata (erano scatti dell’arresto di alcuni criminali), mentre l’articolo descriveva un attentato allo stesso Trkulja, motivando il gesto come un “regolamento di conti”. Secondo la ricostruzione della polizia il ferimento è stato il risultato di un proiettile vagante, ma i referti balistici non erano presi in considerazione dall’articolo. Pessime notizie per la reputazione dell’uomo, insomma, che non pago di rivalersi contro l’autore dell’articolo ha deciso di attaccare anche Google Australia.

La difesa che fino ad oggi ha fatto in modo che Google fosse assolta in casi similari questa volta non ha funzionato: il giudice non ha ritenuto un motivo sufficiente a scagionare il search engine la spiegazione del meccanismo di selezione dei risultati - l’automatizzazione in base alla rilevanza dell’articolo, gestita completamente da algoritmi e non dall’uomo, non è sufficiente a giustificare un editore. Ed è proprio il fatto che Google venga considerato editore a mandare al macero tutta la giurisprudenza precedente e creare un precedente paradossale in Australia.

Google aveva rimosso i risultati incriminati e contattato il sito in questione, come ha sempre fatto, ed è l’unica maniera con cui il gigante dei motori di ricerca può reagire in casi come questi. Se questa sentenza non verrà ribaltata nei successivi gradi del giudizio, in Australia si formerebbe un’aberrazione giuridica che (almeno a livello teorico) renderebbe praticamente impossibile il funzionamento dei motori di ricerca.

Via | Guardian

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