Lo schema di colore d’un sito è sufficiente a determinare un marchio?

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Logo di USPTOJohn Villasenor, un contributore di Forbes sulle questioni giuridiche, ha posto un legittimo interrogativo sul futuro della brevettabilità del software nel rapporto coi marchi registrati: la combinazione dei colori utilizzati per un sito è un elemento sufficiente a determinarne il copyright? Negli Stati Uniti per una norma degli anni ’40 parrebbe di sì, ma non è necessario tornare alla prima metà del secolo scorso perché la giurisprudenza dia delle risposte. Il caso di Christian Louboutin contro Yves Saint Laurent è indicativo.

Due settimane fa, infatti, la corte federale ha accolto l’appello dello stilista che imputava alla maison di YSL la violazione del copyright nell’utilizzo del caratteristico colore rosso sulla suola d’un modello di scarpe. In primo grado i giudici avevano dato ragione a YSL chiarendo che il cromatismo non fosse sufficiente per costituire un plagio: il ricorso di Loubotuin ha ribaltato la sentenza in base a un brevetto registrato negli anni ’90. La laccatura rossa – se è in contrasto con la tomaia – è un’esclusiva dello stilista.

Un semplice colore, quando permette il riconoscimento d’un marchio, è sufficiente a tutelare un brevetto. Estendendo questo concetto al web basterebbe riprodurre lo schema di colore utilizzato da una società nota a portare in tribunale un designer per plagio: in passato questo concetto è stato rifiutato dalla magistratura statunitense, però la sentenza a favore di Louboutin potrebbe provocare la riconsiderazione della fattispecie giuridica. Insomma, nel prossimo futuro i colori dei siti potrebbero essere protetti dal copyright.

Via | Forbes