Huawei bandita dai servizi nazionali in Australia e USA: "Spiano per la Cina"


A nulla sono serviti gli sforzi di Huawei per farsi accettare come fornitore ufficiale per il progetto di broadband nazionale australiano. I timori sono forti e basati sulle origini cinesi della corporation.

Il danno all’immagine è molto serio: ad ottobre gli USA avevano bloccato per l’ennesima volta l’acquisto di materiale Huawei per la costruzione di un network di emergenza nazionale, da usare nel caso di catastrofi civili e naturali. Oggi anche gli australiani rifiutano di coinvolgere l’azienda nella costruizione di infrastrutture informatiche nazionali.

La guerra silenziosa che tutti i paesi occidentali stanno combattendo contro gli hacker sovvenzionati direttamente dal governo cinese ha messo in mezzo Huawei, una corporation che forse non ci è molto familiare a livello visivo, ma i cui prodotti (spesso rimarchiati) sono già da anni nelle nostre case. I casi di spionaggio e sabotaggio industriale in cui il mandante è Pechino sono stati decisamente troppi per non cercare un collegamento anche con gli imprenditori locali.

In entrambi i casi sono stati i rispettivi servizi segreti a dissuadere i governi dall’intrattenere rapporti con una corporation che è vista come un pericolo reale, quasi un'emanazione delle mire rapaci della Cina. Non depone di certo a favore di Huawei l’identità del suo presidente, Ren Zhengfei, che prima di entrare nel mercato privato è stato un dirigente importante nella divisione tecnologica dell’Esercito di Liberazione Popolare.

Nel caso degli Stati Uniti, Huawei ha cercato di proporre ai federali di ispezionare accuratamente le strutture produttive, ma non si sa nulla dell’esito - e neppure se tale ispezione è mai avvenuta. Quando Huawei ha cercato di conquistarsi le simpatie dell’Australia gli sforzi sono stati anche maggiori. L’azienda ha creato un organo di direttori locali, assumendo persino un ex-ministro degli esteri australiano come leader, Alexander Downer.

Non è bastato. Secondo Downer “L’idea che Huawei sia coinvolta nel cyber-warfare è completamente basata su un solo fatto: le origini cinesi della compagnia”. Anche i portavoce ufficiali cercano di difendersi coraggiosamente: l’idea del sabotaggio internazionale è “ridicola”, e la presenza di una backdoor nei suoi apparecchi sarebbe un suicidio, dato che al giorno d’oggi è impossibile mantenere segrete queste cose. Ed il momento in cui venisse alla luce, sarebbe la fine per qualsiasi corporation.

Nonostante la ragionevolezza di chi lotta per Huawei, la pessima fama che il governo cinese si è costruito nell’ambito della guerra informatica continuerà a tormentare a lungo gli imprenditori locali che cercano di esportare i propri prodotti.

Via | The Register | Engadget

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