Università americana studia quello che la censura cancella sul web cinese


La Carnagie Mellon University ha studiato i metodi utilizzati dal governo cinese per “moderare” i discorsi pericolosi sul web. I risultati sono abbastanza impressionanti: la Cina ha industrializzato la censura con grande efficacia.

La nostra esperienza di una censura simile è molto limitata. Se andate su YouTube ed uploadate un video che contiene nella colonna sonora un brano “proibito” per faccende riguardanti il copyright, il sito ve lo ammutolirà automaticamente. Immaginate come sarebbe la vostra vita online se ogni vostra parola scritta online fosse censurata allo stesso modo, con interi status che spariscono se nominate oppositori del governo, esprimete pareri su faccende spinose o talvolta senza alcuna spiegazione plausibile. Così vive ogni cinese che ha un accesso ad Internet.

L’esempio più calzante è quello del “sale iodato”. Dopo l’incidente di Fukushima il governo ha detto che per il popolo cinese non c’era nulla da temere. Nonostante questo, la gente ha continuato a chiacchierare e si è diffusa la voce che il sale iodato era un rimedio contro l’avvelenamento da radiazioni. Il governo l’ha interpretato come un tentativo di spargere il panico e da allora chiunque nomini il sale iodato troverà il suo messaggio censurato.

Il team della Carnagie Mellon ha esaminato 58 milioni di messaggi postati su Weibo, il più grande social network cinese (ben 200 milioni di utenti) ed è riuscito a comporre una lista di 295 termini che avevano una grande probabilità di essere censurati. 1,3 milioni di questi messaggi contenevano questi termini politicamente "scottanti" e di questi il 16% è stato fatto sparire. Oltre ai sistemi automatici ci sono anche dei controllori umani a fare da filtro, orde di privati cittadini a caccia di dissidenza che vengono chiamati “L’Armata 50 Centesimi”, dato che ogni post eliminato frutta loro questa minuscola somma. Ad accompagnare questi “mercenari” al soldo del regime ci sono anche i team di moderazione obbligatori che ogni social network cinese deve obbligatoriamente impiegare, ricordando che i social network stranieri come Facebook e Twitter sono stati banditi sin dal 2009.

Secondo l’università statunitense la Cina ha incontrato un certo successo nel sopprimere qualsiasi anelito di rivolta che poteva essere innescato dalla Rete, rendendo impossibile un fenomeno paragonabile alla Primavera Araba. D’altro canto molti esperti ed espatriati cinesi hanno decisamente più fiducia nelle capacità e nel coraggio dei propri concittadini. Nonostante i controlli e le difficoltà, i cinesi che vogliono manifestare la propria dissidenza continuano a farlo, e cercano maniere per ingannare i controlli, come inserire immagini con le parole censurate invece di scriverle con la tastiera, oppure usando slang o “romanizzando” le parole con le lettere del nostro alfabeto.

E’ un gioco di guardie e ladri, certo, ma vale anche la pena notare che quando si è trovato un “buco” nel Grande Firewall che blocca l’accesso ai siti stranieri “pericolosi”, sono stati centinaia i messaggi mandati ad Obama su Google+ da cittadini cinesi allo scopo di denunciare la loro repressione online. C’è tanta gente affamata di libertà in Cina, è chiaro, ma per noi è altrettanto difficile saperlo quanto per loro è comunicarlo al mondo esterno.

Foto | Flickr
Via | Pittsburgh Post-Gazette

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