Facebook è accusato di supportare la "pulizia etnica" dei Rohingya musulmani in Myanmar

La serie di sistemi adottati da Facebook per bloccare i contenuti violenti o non conformi alle linee guida del social network si è dimostrato tutt'altro che infallibile nel corso degli anni e l'ultimo caso balzato sulle prime pagine dei quotidiani non ha fatto che confermarlo, o se non altro ha posto l'attenzione sul fatto che, di fronte ad argomenti delicati e controversi, non c'è un modo davvero corretto di agire.

É il caso di quanto sta accadendo in queste settimane in Myanmar, dove l'Esercito ha avviato quella che l'ONU ha definito una vera e propria pulizia etnica nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya che da decenni occupa una parte dello stato di Rakhine, al confine col Bangladesh.

A lanciare l'accusa è il Guardian: Facebook avrebbe inserito nella propria blacklist tutti i post del gruppo ribelle Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA). Lo stesso Facebook ha confermato la cosa, spiegando che "le organizzazioni pericolose non possono utilizzare i nostri servizi e stiamo anche rimuovendo i contenuti che danno supporto o lodano le attività di questi gruppi".

Tra i contenuti rimossi da Facebook ci sarebbero anche le immagini e i video dei Rohingya musulmani torturati e uccisi dall'Esercito del Myanmar. L'argomento è molto controverso e Facebook è stato prontamente accusato di supportare l'operato del Myanmar e di essere quindi colluso con gli autori di questo genocidio.

Facebook ha provato ad arginare la polemica precisando di aver "rimosso soltanto le immagini più crude che vengono condivise per celebrare la violenza" e di aver lasciato quelle che servono a rendere i cittadini consapevoli di quanto sta accadendo.

© Foto Getty Images - Tutti i diritti riservati

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