Maturità 2017, traccia socio-economica: Nuove tecnologie e lavoro

La traccia socio-economica della maturità 2017 propone una riflessione sul rapporto fra nuove tecnologie e mondo del lavoro

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ARGOMENTO: Nuove tecnologie e lavoro

TRACCIA:

“Dai droni postini alle auto che si guidano da sole (con buona pace dei taxisti), si sapeva che le macchine minacciano parte del lavoro oggi svolto dall'uomo. La grande novità è che nel mirino dei robot ci sono soprattutto i Paesi emergenti: quelli che fino a ieri avevano sviluppato un'industria a basso valore aggiunto contando su una manodopera a costi stracciati. Quella stessa manodopera, domani, potrebbe perdere il lavoro perché superata in economia dalle macchine. Il campanello d'allarme è stato suonato dall'Onu attraverso un recente report dell'Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Che mette in guardia Asia, Africa e America Latina: attenti, dice il report Robot and Industrialization in Developing Countries, perché è da voi che l'impatto dell'era dei robot sarà più pesante. […]Come evitare la desertificazione economica? Il primo consiglio che l'Onu dà ai Paesi emergenti è banale ma ovviamente validissimo: abbracciate la rivoluzione digitale, a partire dai banchi scolastici. «Bisogna ridisegnare i sistemi educativi - spiega il report - in modo da creare le competenze manageriali e professionali necessarie a lavorare con le nuove tecnologie”

Enrico Marro, Allarme Onu: i robot sostituiranno il 66% del lavoro umano, Il Sole 24 Ore, 18 novembre 2016

SVOLGIMENTO
La rivoluzione tecnologica e la progressiva trasformazione delle principali economie mondiali da società industriali a società incentrate sui servizi e sull’informazione ha imposto una seria riflessione sulla ridefinizione del lavoro nell’epoca della sua robotizzazione.

Non si tratta certo di un dibattito nuovo, basti pensare a quanto accadde poco più di duecento anni fa, nel marzo del 1811, quando i framework knitters inglesi, i lavoratori delle calze e delle maglie si ribellarono all’industrializzazione del settore tessile.

Quello che viene chiamato come movimento luddista fece 200 “vittime” in pochi giorni nel solo Nottinghamshire: i telai che producevano prodotti tessili a basso costo e facevano calare inesorabilmente la richiesta di forza lavoro.

Duecento anni dopo i processi di automazione stanno raggiungendo livelli inimmaginabili: la rivoluzione è in atto ed è qualcosa che viviamo ogni giorno, nel presente.

Come ricordato da Riccardo Staglianò nel libro Al posto tuo, molte delle attività umane vengono progressivamente sostituite: l’home banking sostituisce l’attività degli addetti agli sportelli bancari, il download delle canzoni sta facendo chiudere i negozi di dischi, i robot chirurghi suturano al posto dei veterinari e persino i pizzaioli vengono sostituiti da strumentazioni che realizzano la pizza dall’impasto alla cottura.

Secondo Evgeny Morozov nel giro di pochi anni l’automazione dei veicoli industriali potrebbe portare alla scomparsa di 3 milioni di posti di lavoro come camionisti nei soli Stati Uniti. Mentre i tassisti si ribellano contro la concorrenza degli autisti di Uber, la multinazionale del trasporto automobilistico privato di San Francisco sta già pensando a come eliminare del tutto gli autisti in carne e d’ossa.

Prendiamo due aziende leader nel settore della fotografia: negli “analogici” anni Ottanta la Kodak dava lavoro a 140mila persone, tre decenni dopo, quando Instagram è stata acquisita da Facebook, aveva nei suoi uffici 13 persone.

La rivoluzione digitale crea enormi profitti smaterializzando il lavoro e delegandolo alle macchine. Facebook, Twitter, Instagram, Youtube e tutti gli altri colossi nati nel XXI secolo sono ai vertici delle classifiche di fatturazione e di notorietà, sono i marchi nei quali i “cervelli” del digitale sognano di andare a lavorare eppure impiegano solamente lo 0,5% della forza lavoro statunitense.

Come uscire dal labirinto che abbiamo costruito attraverso il progresso tecnologico e scientifico? Investendo nello studio, nel costante accrescimento del proprio bagaglio culturale e sviluppando la propria creatività.

Accanto ai pessimisti, ci sono anche i cosiddetti tecno-ottimisti che citano il passato per comprendere quanto avverrà nel futuro: in Inghilterra la rivoluzione industriale del XIX secolo fece raddoppiare i salari dei lavoratori nonostante l’introduzione dei telai meccanici e fra la metà dell’Ottocento e la fine del Novecento i lavoratori impiegati in agricoltura passarono dal 60% del totale al 2%, ma negli altri settori si passò dal 20% al 90%.

La speranza è che, dopo una fase inevitabilmente traumatica di riconversione, la società riesca a rimodellare il mercato del lavoro come ha sempre saputo fare in passato. Fra pessimismo e tecno-ottimismo la strada più saggia sembra essere quella che sta in mezzo.

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