I terapisti statunitensi offrono delle “sedute” a distanza con Skype

Sandy Huffaker for The New York Times

È un fenomeno in costante aumento, quello dei terapisti iscritti alla American Psychological Association (APA) che prevedono delle “sedute” psicanalitiche a distanza in videoconferenza con Skype. L'applicazione di Microsoft per il VoIP non è l'unica scelta operata da psicologi, psicoterapeuti, psicanalisti e psichiatri statunitensi.

Negli Stati Uniti esistono delle piattaforme specializzate nella comunicazione criptata tra terapeuta e paziente: California LiveVisit, Breakthrough sono tra le più popolari e quest'ultima annovera oltre novecento terapeuti tra i propri iscritti. Eric Harris, avvocato e psicologo, sostiene che la formula «esploderà» entro tre anni.

Tuttavia, esistono dei limiti terapeutici alla videoconferenza. Lynn Bukfa, psicologa, evidenzia i problemi del rapporto a distanza col paziente: è impossibile «guardarlo direttamente negli occhi» e valutare con criterio altri segnali della comunicazione extra-verbale. Sono aspetti che un professionista non può certo sottovalutare.

DeAnna Nagel, specializzata nella terapia in rete, sottolinea l'importanza di preparare il paziente all'opportunità che la connessione possa essere interrotta da fattori esterni: non si potrebbe dare l'impressione di averlo abbandonato. Le opinioni sulla validità del metodo sono decisamente diverse tra i terapeuti iscritti alla APA.

Le motivazioni che spingono i pazienti a optare per questa soluzione sono disparate: Melissa Weinblatt, ad esempio, si è dovuta “adeguare” alla videoconferenza perché il proprio terapista si era trasferito a centinaia di chilometri di distanza. In genere l'approccio è preferito perché «non richiede di trovare parcheggio» in centro.

La sensazione, leggendo gli esempi citati nell'analisi di The New York Times, è tutt'altro che positiva. La necessità di un terapista on demand sembra dettata da quella dipendenza dall'analisi che costituisce di per sé una patologia. Le occasioni per chiedere brevi sessioni di videoconferenza al bisogno appaiono piuttosto ridicole.

Via | The New York Times

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