Domanda non da poco: nell’era della pubblicità targetizzata, che uso fanno le banche delle informazioni derivanti dagli acquisti fatti dai propri clienti tramite carta di credito? Questi dati restano tra le mura dell’istituto, o vengono ceduti a società esterne?
Se lo è chiesto Forbes che, sul blog di Kashmir Hill, fa il punto della situazione e, almeno in parte, rassicura gli amanti dello shopping elettronico. Al momento, secondo quanto risulta alla Hill, le banche non vendono queste informazioni. Ma non è detto che non le usino. Al contrario: cosa acquistiamo, quanto spendiamo e con che frequenza sono informazioni molto utili per le banche che, però, continuano a farne un uso “in-network”, senza cioè venderle.
Secondo Madeline Aufseeser, senior analyst di Aite Group, queste informazioni potrebbero essere presto utilizzate dalle banche per far concorrenza ad alcuni servizi come Groupon o LivigSocial, che al momento spopolano nel settore dello shopping sociale. L’affare varrebbe la bellezza di un miliardo di dollari l’anno e non sarebbe molto difficile da mettere in piedi.
Le banche, d’altronde, hanno uno storico di informazioni che qualunque servizio online attuale si sogna. Aggiungo: le banche hanno anche conoscenza di quando hai i soldi sul conto e quando sei a secco. Immaginate di aver appena ricevuto lo stipendio dopo qualche settimana di ristrettezze o di aver incassato un pagamento consistente in un periodo di magra. In quel momento iniziano ad arrivare le offerte di marketing, anche interessanti (anzi peggio ancora se interessanti). Come reagireste?
go
13 lug 2011 - 16:56 - #1Se pagano anche me per le informazioni…
skyler83
13 lug 2011 - 20:33 - #2ci sono cataste di normative contrattuali che impediscono che anche la più minima informazione sensibile non necessaria sia comunicata.
oggi, se una banca si arrischia a fare una cosa simile, con o senza consenso dell’utente, chiude la mattina seguente e il direttivo finisce dietro le sbarre.
in ogni caso io sono contrarissimo alla profilazione della clientela (intesa come collettività) quando ha come scopo la comunicazione terzi.
ricordiamo che la legge italiana e comunitaria impone a ogni sistema informativo (e i suoi gestori) di conservare la minima informazione necessaria al mantenimento del sistema stesso, non un byte in più e di distruggerla appena richiesto dal possessore dell’informazione.
affar . info BLOG - ow.ly/5AA3d
14 lug 2011 - 00:30 - #3perché, non lo facevano già?