Sheryl Sandberg, l'altra metà di Facebook sul New Yorker

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Chi di voi sa chi è Sheryl Sandberg? Qualche manina si sarà alzata, ma certamente non tante quante si alzerebbero se chiedessi chi conosce Mark Zuckerberg. Eppure Sheryl Sandberg è un pezzo di Facebook molto importante, anche se - almeno in Italia - piuttosto lontano dai riflettori.

Sheryl è Chief Operating Officer di Facebook: un ruolo cui è arrivata dopo altri incarichi importanti - Zuck l'ha "rubata" a Google, dove ricopriva la carica di Vice President of Global Online Sales and Operations - e che ha permesso al social network di crescere e affermarsi come leader globale.

Il New Yorker dedica un pezzo molto lungo firmato Ken Auletta a Sheryl Sandberg, nel quale ci sono tre temi centrali: il primo è la storia di Sheryl, molto americana, molto self made woman, poi qualche curiosità su Facebook e infine il mercato del lavoro al femminile nella Silicon Valley...

Prima di tutto: perché Sheryl molla la grande G nel lontano 2007? Perché la ritiene un'azienda troppo "ingessata", dove i rapporti sono troppo freddi, e cerca un posto di lavoro dove ci sia più contatto umano. Ok: stop alle facili ironie sul cercare il contatto umano lavorando con Mark Zuckerberg, che spesso non viene dipinto esattamente come un compagnone. Ecco come ricorda i "colloqui" per entrare a Facebook il NY:

Si incontrarono (lei e Zuckerberg, ndt) per circa sei settimane a pranzo una o due volte a settimana. Sheryl che si alza molto presto, verso le cinque, a volte doveva cacciare fuori di casa Zuckerberg a mezzanotte. "Era come se avessero un appuntamento romantico" racconta Dave Goldberg, marito della Sandberg e CEO di SurveyMonkey. La Sandberg racconta che si chiedevano a vicenda "In che cosa credi? Di che cosa ti importa? Qual è la mission? Era tutto molto filosofico" (...) quello stesso inverno Sheryl incontrò Eric Schmidt, al tempo CEO di Google, per esprimergli il suo desiderio di fare qualcosa di diverso nella società. Lui le propose il ruolo di chief financial officer, ma lei rifiutò, non avrebbe avuto abbastanza responsabilità e poteri. Sheryl chiese di diventare chief operating officer, ma a Google c'era già un comitato centrale formato dai due fondatori e Schmidt, e nessuno voleva allargare il circolo, avrebbe complicato le cose

Sheryl entrò in Facebook a inizio 2008, con un compito semplice solo a parole: fare soldi da Facebook. Già, perché prima del suo arrivo non era molto chiaro il modello di business, non si capiva bene come fare diventare quel social network la macchina che oggi - bolla o non bolla - è valutata decine di miliardi di dollari.

Si pensava all'epoca a varie strategie:

"La domanda aperta era una: possiamo farci dei soldi?" gli ingegneri, proprio come a Google dieci anni prima e a Twitter ora, si dedicavano soprattutto a costruire siti ben fatti; i profitti, pensavano, sarebbero stati la naturale conseguenza. Il business più naturale per Facebook - vendere pubblicità - sembrava porre molti problemi. Gli utenti percepivano le loro pagine come private, non volevano interruzioni pubblicitarie mentre chattavano con gli amici. In molti all'epoca si domandavano se Facebook non fosse destinato a essere una meteora come MySpace. Altri pensavano che Zuckerberg, con la sua timidezza patologica, fosse privo delle necessarie abilità manageriali per farcela.

Sheryl Sandberg iniziò a pensare a come rendere Facebook un business. Ci si doveva basare sulla pubblicità? O su qualche forma di e-commerce? Sarebbe stato il caso di far pagare una tassa di iscrizione?


Sappiamo come è andata a finire: oggi l'home page di Facebook per i nuovi iscritti si apre con "È gratis e lo sarà sempre".

Altro punto interessante: la componente femminile nei board dei nuovi giganti web. Pochissime le donne, nota Ken Auletta:

Tra le nuove società come Facebook, Twitter, Zynga, Groupon, Foursquare, nessuna ha un direttore donna nel suo board, come ha notato Kara Swisher su All Things Digital. Paypal non ha donne nel suo board di cinque persone. Apple ne ha una su sette membri. Amazon una su otto. Google due su nove. Quando ho chiesto a Mark Zuckerberg come mai nel suo board non ci fossero donne, la sua voce, al solito alta, si aabbassata in un sussurro "Abbiamo un board ristretto" e ha proseguito "Sto cercando persone che ci possano aiutare, ma non mi interessa particolarmente il loro sesso o da che società provengano. Non sto riempiendo il board come fosse un elenco da spuntare"

La ragione della bassa presenza, precisa Auletta, è dovuta alle poche donne nelle facoltà scientifiche: sono poche le donne ingegnere in ruoli di alta dirigenza, molti più gli uomini, almeno nella Silicon Valley. Ma forse Sheryl ha aperto la strada.

Foto | Flickr

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