Eli Pariser: The filter bubble

The Filter Bubble di Eli Pariser: ecco il libro che sta andando per la maggiore in questo inizio di estate 2011. Non è del tutto nuovo come argomento, Pariser lo sta portando alle conferenze da un annetto ma solo in questa settimana sono tre i grandi quotidiani inglesi che ne hanno parlato. Qual'è il concetto base del libro: che gli algoritmi di personalizzazione ci stanno chiudendo ciascuno in un mondo su misura, comodo ma del tutto chiuso al confronto con la diversità. Per darvi un'idea di quanto sia carico l'argomento, sul sito Search Engine Roundtable hanno fatto un sondaggio: il 73% dei risultati è orientato nel senso di valutare la personalizzazione come una forma di censura. Siamo davanti a qualcosa che nessuno vuole, e che pochi conoscono e riconoscono in azione.

Google personalizza i risultati da anni, sono una cinquantina i parametri con i quali i risultati di ricerca diventano diversi da persona a persona. Pariser ha fatto un piccolo esperimento chiedendo a due amici di cercare la parola Egitto: nonostante fossero due persone tutto sommato simili, il primo si è trovato una pagina di risultati di orientamento turistico mentre il secondo ha ricevuto in risposta un quadro politico delle agitazioni sociali della scorsa primavera. Matt Cutts, guru dell'antispam di Google, ha risposto nei giorni scorsi in questo thread su Hacker News: minimizza, spiega che si può disabilitare tutto, consiglia ai più duri e puri di usare Tor e vari plugin per i browser, dice che Chrome (il browser di Google) ha un'opzione apposita per la navigazione in incognito. Ma il problema rimane affascinante.

Un altro esempio: Pariser ama la politica e segue su Facebook persone di ogni parte dello schieramento. Ma ad un certo punto si accorge di vedere sempre meno aggiornamenti con link di stampo conservatore - eh certo, la piattaforma registra i suoi click che vanno più spesso verso i link di stampo liberale. E così un algoritmo, in questo caso Edge Rank, decide per te quali sono le notizie del giorno e in quale prospettiva vengono inquadrate dall'opinione pubblica. E' il ruolo che una volta spettava al quotidiano, un ruolo importante per la società - e che ora passa nelle mani di un'azienda che non ha competenze editoriali nè schieramenti politici, nè propositi educativi o sociali. Tenete conto che il 36% dei giovani americani sotto i 30 anni si informa principalmente tramite i social network (lo dice qui il Guardian).

Ecco cosa dice Pariser allo Independent di queste piccole bolle invisibili in cui finiamo rinchiusi senza accettare nessuna scelta esplicita:

La tecnologia che si usava per servire la pubblicità sui siti, ora è impiegata anche per servire i contenuti. E' un problema, più in senso lato, per la democrazia perchè equivale ad una forma di auto propaganda. Ci indottrina con le nostre stesse credenze e rende meno facile l'incontro con idee nuove e punti di vista contrastanti

Paradossalmente, ogni clic che facciamo aumenta la profilazione dei risultati che ci ritornano: ogni clic erode un pochino della nostra privacy, e questo si sapeva, ma erode allo stesso tempo anche un pochino di spazio pubblico - quello della piazza virtuale dove ci si trova a parlare tutti insieme. In altre parole, ecco l'opposto speculare del forum. Meno possibilità di scelta, meno responsabilità, meno crescita personale. Internet finisce, la rete capace di costruire un numero infinito di ponti non ci serve più, è troppo difficile - meglio chiudersi al circolo dei soliti amici (e finire con una razza mano forte perchè priva di incroci, un po' come quelle popolazioni chiuse che iniziano col tempo a mostrare segni di deficit genetico). Se ci fate caso, su Facebook vedete solo una minima parte degli aggiornamenti dei vostri amici: principalmente vedete quelli di persone con cui avete scambiato Like o messaggi. Il resto tende a sparire. Strano paradosso: più contenuti immettiamo sul web, e meno ce ne mostrano le nuove piattaforme. Come dicono Eco e Carrière: sei milioni di enciclopedie separate. Alla faccia della grande biblioteca universale, quella di Google a Napoli e quella di Harvard raccontata da Darnton.

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