Privacy: Google, internet e il controllo mentale

controllo mentale googleForse tra un secolo avremo la prospettiva adatta per renderci conto delle rivoluzioni epocali di questo tempo: noi non ci saremo. Lo capiranno i nostri nipoti quanto il web abbia cambiato le nostre vite: ma se non avete voglia di aspettare fino al 2111, c'è un pezzo di Sue Halpern uscito sulla New York Review of Books. Titolo non tranquillizzante: Mind control and the Internet, la rete e il controllo mentale.

Premessa: è un pezzo davvero molto lungo, che tocca argomenti distantissimi tra loro e non proprio alla portata di tutti. A mio modo di vedere sono due i temi centrali: la fusione tra uomo e macchina - mito fondativo cyberpunk, che proprio in quanto mitologia muta: ma allo stesso tempo è eterno - e il condizionamento mentale alimentato da un nuovo modo di assimilare le informazioni e la conoscenza.

La prima parte del pezzo espone alcuni esempi di BCI, ovvero Brain Computer Interface. Sono storie di speranza, per persone magari paralizzate, che semplicemente con la forza del pensiero riescono a muovere un cursore sullo schermo di un pc. E questa non è fantascienza: è scienza. Si chiama BrainGate ed è stato testato alla Brown University, non è neanche una novità...

Sue Halpern infatti racconta la storia di Michael Chorost. Sono già passati dieci anni...

Michael Chorost ha beneficiato dall'impianto di una interfaccia cervello-computer (d'ora in poi: BCI, brain computer interface) quando nel 2001 decise di porre rimedio alla sua sordità con un impianto cocleare, non inserito però direttamente nel cervello, ma all'interno dell'orecchio. I risultati li raccontò in un volume del 2005, intitolato "Rebuilt: How Becoming Part Computer Made Me More Human". Il suo nuovo libro, "World Wide Mind: The Coming Integration of Humanity, Machines, and the Internet" mostra chiaramente come sia diventato uno dei convinti sostenitori del futuro mix uomo-macchina.

Per introdurre il tema dell'uomo macchina e della BCI. Secondo Chorost, che ha una certa dose di zelo del convertito "saremo tutti collegati direttamente a internet tramite impianti neuronali, e in questo modo il web "Si unirà a noi senza soluzione di continuità, naturale e semplice come lo sono le nostre mani".

Nel campo medico - e anche dal punto di vista etico - il dibattito è molto aperto tra gli interventi che garantiscono una riabilitazione - l'udito per Chorost: prima non sentiva, ora sente - e gli interventi che garantiscono un miglioramento. Ristabilire quello che ci aveva dato la natura è giusto: ma perché non potenziarlo? Un potenziamento delle nostre capacità, anche in relazione con l'ambiente che ci circonda, decisamente rivoluzionato rispetto a quello dei nostri padri, non parliamo di quello dei nostri nonni.

Rivoluzionato a livello cognitivo. Scrive sempre Sue Helpert

"Alcune caratteristiche umane come il QI sono cresciute nell'ultimo secolo" scrive Chorost "ma sono cresciute a un ritmo molto più lento rispetto a quanto è cresciuta la tecnologia. Non esiste una legge di Moore per gli esseri umani". (la Legge di Moore è "Le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi", la trovate dettagliata su Wikipedia)

E a quel punto, Chorost tira in ballo il web: e Google, come fonte di questa cornucopia di sapere. Una cornucopia di sapere infallibile? Una cornucopia di sapere, sì, infallibile certamente no. E anche un po' spiona.

Sue Helpert a quel punto riassume il funzionamento del motore di ricerca di Mountain View, che immagino molti di voi conoscano. Un algoritmo di base, il Pagerank, che dovrebbe garantire - e sicuramente garantisce - risultati affidabili, con poco margine di errore. Ma che ha anche alcuni difetti, segnala Sue "è un sistema che si auto-perpetua, visto l'utilizzo che fa della popolarità (il numero di link) come indicatore dell'importanza di un sito", ma è anche un processo anche tutt'altro che imparziale, minato dal SEO e da altro. Soprattutto a partire dal dicembre del 2009: quando Google ha iniziato ad adattarsi un po' di più a noi.

Lo spiega Eli Pariser nel libro The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You: c'è stato un salto in avanti nella profilazione degli utenti, per offrire risultati di ricerca personalizzati. E ancora oggi molti non sanno che se cercate "Downloadblog" sul vostro computer a casa, i risultati della query saranno magari molto diversi da quelli che trovo sul mio MacBook.

È come se i lemmi di un'enciclopedia cambiassero a seconda di chi apre il volume. Che cosa comporta questo, abbinato al funzionamento di un motore di ricerca?

Una delle conseguenze più insidiose di questa individualizzazione, è che cucendo su misura le informazioni che noi riceviamo tramite un algoritmo che dovrebbe percepire chi siamo - una percezione composta da 57 variabili - Google tende a offrire risultati che confermano la nostra visione del mondo, la nostra ideologia, ciò che già sappiamo. Rassicurante? Certo, se non ci si sta a pensare troppo.

I risultati di ricerca saranno diversi se a digitare "climate change" nella barra di ricerca è un blogger ecologista, o un alto dirigente di una corporation petrolifera. E di lì a poi il passo è breve: l'algoritmo ha già capito perfettamente se siete Democratici e Repubblicani - applicate le medesime divisioni politiche alla nostra piccola Italia, è tutto assolutamente identico - non gliel'avete detto esplicitamente, ma lo sa.

Certo, per chi di noi vive sul web non sono novità assolute, sappiamo come funziona quello che circonda, che è gratuito - pensate a Facebook o alla stessa Google per esempio - non perché quelle aziende fanno beneficenza: ma perché guadagnano da altro. E le implicazioni per la nostra privacy le conosciamo perfettamente.

Le conosciamo, davvero?

Foto | Flickr

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