Eleonora Bianchini racconta MediEncounter e l'attivismo web Mediterraneo

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Il 29 e il 30 aprile si è svolto ad Alicante MediEncounter, primo incontro dei blogger e attivisti del Mediterraneo. Un meeting che arrivava dopo mesi intensi in molti Paesi affacciati sul Mare Nostrum, pensate semplicemente alle rivoluzioni in Tunisia, in Egitto e in Libia. Caratteristica comune: in tutte queste agitazioni ci sono di mezzo social media come Facebook o Twitter.

Sia per organizzarsi e scendere in strada localmente, sia per far circolare informazioni tra attivisti, sia per raccontarle queste rivoluzioni a chi si trova dall'altra parte del Mediterraneo in una redazione. Ne ho parlato con Eleonora Bianchini di Internet e Politica, unica italiana presente a MediEncounter - su IeP ha scritto un paio di post qui e qui - l'intervista prosegue dopo il salto.

Sei appena tornata da MediEncounter, un incontro di blogger e attivisti del Mediterraneo. Chi erano i più importanti ospiti del forum?

I blogger di MediEncounter sono blogger attivisti del Mediterraneo: ero l'unica blogger dell'Unione europea che ha partecipato. I protagonisti sono stati i cyberattivisti dei paesi del Nordafrica e del Medio Oriente, la maggior parte dei quali erano stati arrestati, torturati, processati dai regimi.
I blogger intorno ai quali si è concentrata l'attenzione dei media sono stati il vignettista Z (Tunisia), Fatma Riahi (Tunisia), Zineb Al-Ghazoui (Marocco) e Basel Ramsis (Egitto). Z è un disegnatore anonimo tunisino che in occasione delle presidenziali del 2009 ha osato criticare il regime (qui il suo blog). Abbiamo visto il suo volto nel corso di MediEncounter, ma sui giornali e nelle dirette streaming è stato oscurato. È ancora nella lista nera del regime e ora vive per la maggior parte del tempo in Germania. La popolarità di Fatma Riahi è strettamente relazionata a Z: è stata lei infatti, conosciuta online col nome di Arabicca, a essere arrestata e detenuta per sei giorni dalla polizia tunisina. Oggi prosegue la sua battaglia online e a teatro, dove mette in scena opere di lotta per i diritti civili e lo sviluppo della democrazia nel suo paese. Per lei "scrivere è un atto rivoluzionario", il suo blog è questo. Poi, Zineb Al-Ghazoui: un'attivista e giornalista marocchina, tra i membri del 20 febbraio, movimento rivoluzionario nato in Marocco. Lotta per i diritti delle donne ed è fondatrice di Malì, il Movimento Alternativo per le libertà individuali. È stata arrestata per avere mangiato un panino durante il Ramadan e avere così violato la legge che prevede sei mesi di detenzione per chi mangia in pubblico durante il digiuno religioso. Ancora: Basel Ramsis, uno dei ragazzi che si trovavano a Piazza Tahrir, un cineasta egiziano che ora vive in Spagna dopo avere subito varie detenzioni e arresti da parte del regime di Mubarak. Scrive di politica ed è attivo su Facebook e i social media sul tema della mobilitazione politica.
Su Internet e Politica hai scritto "posso dire con cognizione di causa che gli arabi sono agguerritissimi": puoi spiegarci meglio?
Sì: unire i blogger del Mediterraneo non è cosa semplice, si tratta di trovare le parole corrette in ogni lingua, di interpretare i codici culturali di ogni paese. E chi esce da una rivoluzione o la sta ancora vivendo è particolarmente sensibile alle sfumature di ogni parola. Se io in quanto italiana parlo ad esempio di "aiuto" ai blogger arabi, ho utilizzato il termine sbagliato. "Aiutare" presuppone superiorità, "collaborazione" è quello che vogliono sentire. E tra Europa e paesi arabi le differenze sono profondissime. Noi siamo cresciuti e viviamo in una democrazia, non abbiamo mai conosciuto la censura e la violenza, la detenzione per avere espresso le nostre opinioni. Nei paesi arabi coinvolti nelle rivoluzioni non è così. I diritti vengono rivendicati con determinazione ed esiste il timore reale che i paesi occidentali vogliano intromettersi negli affari interni dei paesi e minare la costruzione delle singole democrazie. Blogger e attivisti chiedono a gran voce il sostegno dei popoli europei, ma non dei loro governi. Questo, alla luce delle violenze subite e del lungo cammino che li aspetta ha scatenato confronti accesi durante i due giorni di dibattito. In molti si augurano che il processo democratico venga avviato, ma allo stesso tempo non ne sono certi e non desiderano un leader a capo dei movimenti rivoluzionari. Nemmeno loro sanno cosa li aspetta. Come ha detto John Barlow, intervenuto come ospite a MediEncounter, "la rivoluzione richiede molto tempo".
Sembra che le rivoluzioni in nord Africa siano cresciute solo sulle spalle dei social network: a me pare una semplificazione eccessiva. Tu che impressione hai ricavato a riguardo durante MediEncounter? Cosa ha raccontato chi ha vissuto da protagonista le rivolte?
I ragazzi presenti a MediEncounter erano tutti attivisti. Eppure, per quanto Facebook e Twitter abbiano aiutato nei giorni precedenti alle mobilitazioni, la penetrazione della Rete non è stata il mezzo che ha permesso la rivoluzione. Loro stessi hanno ammesso che questa non è stata la rivoluzione dei social media, ma dei loro popoli.

Facebook e Twitter sono più utili a chi deve partecipare a una rivoluzione o a chi deve raccontarla, magari anche a migliaia di km di distanza su una sedia in redazione?
È proprio questo il punto, è molto più utile per diffondere le informazioni all'esterno, per comunicarle agli altri paesi o a chi rimane a chilometri di distanza e non può testimoniare con i propri occhi quanto sta accadendo. La mia percezione è che i social media, nel corso di queste rivoluzioni, siano state una vetrina per quei paesi, un mezzo potente che consentiva di liberare il flusso delle informazioni a chi era esterno a quella situazione.
Quanto i social media possono ritorcersi contro chi li usa per ribaltare un regime in una situazione simile a quella tunisina, libica, o egiziana? Penso ai falsi account Twitter in Siria, per esempio
Come spiegavo prima, tanti blogger hanno subito arresti e minacce per quanto pubblicavano. E la libertà in tanti casi nascondeva un trabocchetto, come raccontava Fatma Riahi: in Tunisia, in seguito all'attacco di alcuni hacker alle pagine web del governo, Ben Ali ha deciso di riaprire la rete. Liberi tutti? No, soltanto una la foglia di fico. L'annuncio della riapertura di blog e social media infatti è stata solo il pretesto per stanare gli attivisti e dare la caccia con più precisione agli oppositori del regime.

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