I diritti dei netizen: realtà o utopia?

Peter LudlowNelle società virtuali dobbiamo avere gli stessi diritti delle società fisiche: attorno a questo principio si sono trovati a discutere a Perugia, nel corso del Festival del Giornalismo, vari giornalisti e blogger provenienti da diverse parti del mondo. La discussione – dal titolo I diritti dei netizen, i cittadini che “abitano” la rete – è stata moderata da Fabio Chiusi e ha visto gli interventi di Peter Ludlow, Alessandro Gilioli e Daniele Sensi.

Se da un lato i vari interventi erano d'accordo sul sostenere che la libertà in rete è più una leggenda metropolitana che una realtà (basti pensare ai vari ban “immotivati” dei vari profili su Facebook, o all'eliminazione di video su Youtube senza che ci sia una qualche policy che spieghi in maniera precisa cosa si può postare e cosa no, o ancora alla politica di Apple sull'accettare o meno una app) le modalità proposte per risolvere – o tentare di risolvere – questa mancanza di diritti digitali sono state diverse.

Secondo Ludlow (in foto) – docente di filosofia alla Northwestern University di Chicago, autore di varie pubblicazioni su temi inerenti la tecnologia e la cybercultura, tra cui l'eBook Il nostro futuro nei mondi virtuali – ci troviamo al punto in cui necessitiamo di avere dei buoni ingegneri informatici che siano anche degli “umanisti” per evitare che i proprietari e i gestori delle varie piattaforme di social network si comportino un po' come le antiche divinità greche che interferivano con le vite degli uomini senza dare alcuna spiegazione. Ludlow sostiene che da questa situazione si può uscire lasciando quelle piattaforme che non sono umanistiche e che non intendono aprirsi al dialogo. Ed è qui che entra in gioco un'altra visione, quella proposta da Alessandro Gilioli. Se per Ludlow la politica non può fare nulla, secondo Gilioli gli dei possono scendere dall'Olimpo solo se c'è un contropotere che il giornalista prova ad individuare nella politica. Se è vero che la politica (italiana) ha fatto molti danni alla rete, questo non deve indurre a pensare che la politica in genere non debba governare anche in rete e fare il bene dei cittadini, fisici o virtuali che siano.

La situazione è un po' quella standard che si nota anche ad altri livelli della vita di tutti i giorni: da un lato, abbiamo una visione per così dire “americana” che spinge sulla forza di attrazione della piattaforma in sé e quindi responsabilizza il cittadino digitale invitandolo a scegliere quei social network che danno la possibilità di interfacciarsi con chi ci sta dietro; dall'altro una visione più “italiana” che riconosce l'esistenza del problema, è un po' meno disposta a cambiare piattaforma (vuoi per pigrizia, vuoi per effettiva utilità) e invoca un intervento dall'alto che, in un qualche modo, possa normare la situazione.

Giustamente, a mio modo di vedere, un corrispondente da New York in sala faceva notare in maniera provocatoria come oltre a lamentarsi della situazione (mamma, mamma, Facebook mi ha chiuso l'account!) cosa si propone di fare concretamente. Ludlow e Gilioli hanno dato una risposta concorde: se giornalisti e blogger si interessassero di più di questi argomenti, mettendo da parte i triti luoghi comuni sui Social Network (i sensazionalistici titoli: “Ha conosciuto lo stupratore su Facebook” o l'irenica illusione che internet equivalga a libertà), la questione “diritti dei netizen” potrebbe essere portata a conoscenza di molti cittadini digitali e, in questo modo, far riflettere sulla reale situazione.

Visto che si parla di diritti dei cittadini digitali e di diritto all'informazione, forse l'organizzazione del Festival del Giornalismo poteva porre un po' più di attenzione al titolo della conferenza, che in italiano suona I diritti dei netizen, i cittadini che “abitano” la rete e in inglese Netizens of the world unite!

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