Brevetti sub-prime come mezzi di investimento?


I brevetti possono essere utilizzati come strumenti finanziari? Nei giorni scorsi l'Independent si è occupato della questione dipingendo uno scenario allarmante.

Partiamo da lontano, ovvero dallo scoppio della bolla speculativa che ha portato alla crisi economica nel 2008. Senza addentrarci troppo in tecnicismi finanziari, possiamo dire che la bolla venne innescata dai mutui casa. Da semplici contratti tra clienti e banche si erano trasformati in chips finanziari, comprati e venduti da speculatori, o forse sarebbe meglio dire giocatori d'azzardo. Come fa notare Stephen Foley, l'autore dell'articolo, il giochino permetteva all'inizio grossi guadagni ai banchieri di Wall Street, senza che essi aggiungessero un solo penny di valore all'economia "reale".

Osserviamo ora il numero di brevetti registrati negli Stati Uniti. Erano 312.000 dieci anni fa, e sono passati a 509.000 lo scorso anno. Un aumento di circa due terzi, del quale solo una parte è frutto di vera innovazione tecnologica. Gli speculatori hanno iniziato a dare un valore a questi brevetti, facendo in modo che da una parte il loro numero sia in aumento, dall'altra la loro qualità in termini di vera innovazione si sia abbassata. Stephen Foley definisce questa come l'era dei "brevetti sub-prime".

Come si è arrivati a questa situazione? Una parte la gioca il sistema giudiziario americano, dove il brevetto è utilizzato per intentare cause legali dal valore di centinaia di milioni di dollari. Per alcune aziende diventa allora più importante riuscire a mettere le mani su brevetti "sub-prime" da usare davanti alle corti, piuttosto che vincere sul mercato reale.

Qui si innesca il meccanismo perverso di chi vende brevetti a finanziarie o studi legali, i quali a loro volta hanno iniziato a depositarne di nuovi. E' chiaro quindi il tentativo di porsi tra i brevetti e le aziende, rivendendo loro quanto comprato in precedenza, o in alternativa citando in tribunale le aziende stesse. I "patent troll", così li definisce Foley, sono in questo momento il flagello dell'industria tecnologica.

Il "giochino" funziona? Per ora, purtroppo, pare di si. Google ha deciso stanziare 900 milioni di dollari per l'asta di brevetti hardware e software di Nortel, ora in bancarotta. Una mossa per mettere al riparo Android da possibili problemi ma che la dice lunga su come stiano andando le cose. 900 milioni di dollari come base, perchè l'asta che si terrà in Giugno pare sarà "rovente" e potrebbe anche ad arrivare ad un valore di 1,2 miliardi di dollari.

Tre considerazioni proprio su questo caso. Da una parte la cifra, attestiamola a metà strada, intorno al miliardo di dollari. Potrebbero anche essere pochi per un gigante come Google, ma sono pur sempre fondi sottratti ad altre attività, magari proprio di sviluppo e ricerca, e tutto questo solo per tutelarsi legalmente di fronte ad una corte. In secondo luogo, quando un'azienda decide di comprare un brevetto per un valore maggiore rispetto al puro utilizzo commerciale, chi ne paga le conseguenze è sempre il consumatore: più costi per l'azienda significa un prezzo finale più alto del prodotto. E se i prodotti dell'azienda in questione non fossero più competitivi? Potrebbe decidere di ritirarsi dal mercato prodotti, rivendendo i brevetti acquistati e cercando di trarre profitto dal mercato brevetti. Una mossa vincente fino a quando la bolla del mercato brevetti non esploderà come quella dei mutui: anche l'occhio di un non esperto capirebbe che da qualche parte c'è una stortura.

Negli Stati Uniti il problema dei brevetti incomincia a preoccupare, tanto che si parla di possibili riforme. La volontà è di evitare mostri finanziari che nulla hanno a che fare con l'industria, e che possono portare al collasso il mercato stesso, proprio come è accaduto con i mutui casa e l'edilizia. Riusciranno i legislatori americani a porre un freno alla mera speculazione, o dobbiamo attenderci una nuova crisi finanziaria?

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