Madre uccide il figlio: l'aveva interrotta mentre giocava a Farmville.


Jacksonville, Florida: giocava a Farmville ed il figlio di tre mesi l'avrebbe interrotta con il suo pianto. Il giudice ha appena emesso una condanna per "omicidio di secondo grado" (che corrisponde ad un omicidio non premeditato secondo la giurisdizione americana) nei confronti di Alexandra V. Tobias di 22 anni, arrestata a gennaio in seguito alla morte di suo figlio Dylan Lee Edmondson. La donna riferì agli investigatori che divenne furiosa perché il figlio iniziò a piangere mentre lei era impegnata a giocare a Farmville. Fu a quel punto che prese il bambino e lo agitò con violenza, fumò una sigaretta per "ricomporsi" e quindi lo agitò ancora una volta facendogli probabilmente urtare la testa.

La agghiacciante notizia, riportata da The Florida Times Union, viene ripresa e commentata da AllFacebook. Il colpevole non è Zynga e nemmeno i suoi sviluppatori, sostiene l'autore del blog, ma è solo la donna ad aver ucciso il bambino, probabilmente in seguito ad una depressione post partum. Il commento continua ammettendo che "pur essendo questa la prima volta che veniamo a conoscenza di un evento di questa misura, si sente e si legge troppo spesso di persone che sviluppano una vera e propria dipendenza da FarmVille, arrivando a perdere il proprio lavoro ed a riempirsi di debiti".

La dipendenza creata dai videogiochi è ormai considerata una vera e propria patologia, affrontata addirittura in alcuni centri specializzati in problemi di disintossicazione (un esempio è Smith & Jones in Olanda). Le vittime sembrano essere prevalentemente individui tra i 13 ed i 30 anni che rifiutano una vita sociale e si rifugiano nell'uso continuato di videogiochi anche semplici e ripetitivi, visti come via di evasione a disagi di altra natura. Sarebbero dunque soggetti già deboli e già predisposti ad altri tipi di dipendenza quelli ad essere a rischio.

Demonizzazioni ed allarmismi sono certamente fuori luogo ed esagerati, quello di Jacksonville è un caso isolato che con ogni probabilità nasconde altre storie e cause di disagio. Ma ancora una volta viene da chiedersi quanto i social network stimolino la socialità e quanto invece la inibiscano, a dispetto stesso del loro nome.

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