Bruce Sterling, l'internet delle cose, Google e la retrotecnologia

sterling torino intervista 40k

Bruce Sterling, considerato unanimemente uno dei padri del cyberpunk e della science fiction contemporanea si è raccontato in una lunga intervista a Rhys Hughes - in parte ripresa il 29 settembre scorso da La Stampa - che trovate integrale su 40k, noi ci siamo arrivati tramite il sempre ottimo Giuseppe Granieri.

Delle riflessioni di Sterling, vi segnalo quella sulla retrotecnologia, tradotta anche su La Stampa:

Perché sei così affascinato dalla tecnologia obsoleta? È un esempio di quello che Borges definisce «piacere dell’inutile erudizione»? O c'è qualcosa di più importante dietro?
È impossibile comprendere la tecnologia corrente senza capire quella obsoleta. Tutta la tecnologia diventa obsoleta alla fine. Viviamo in una società molto concentrata sulle tecnologie che possono creare ricchezza in futuro. Ma la tecnologia non è realmente questo. Questo, banalmente, è ciò che certe persone sono pagate per pubblicizzare.

L'obsolescenza è già contenuta negli oggetti industriali che acquistiamo: solo, ci piace scordarlo...

Altro spunto molto interessante, non tradotto sulle pagine del quotidiano torinese, è quello in cui Sterling approfondisce il concetto di "internet of Things", l'internet delle cose.

Rhys: Il concetto di "internet delle cose" è davvero curioso. Mi sembra di ricordare che una volta lo hai descritto come "inconcepibile prima del 21° secolo". Io trovo piuttosto allarmante l'idea che tutti gli oggetti del mondo siano collegati (ma forse è meglio il termine originale: linked, che nell'ambito informatico utilizziamo anche in italiano, ndt), la trovo più preoccupante che edificante, mi sembra una minaccia alla nostra libertà. Le mie sono preoccupazioni da ingenuo?

Bruce: Sono d'accordo, i problemi della privacy sono spesso la prima preoccupazione per chi pensa molto. Nel mentre altre persone si renderanno conto delle potenzialità dell'internet delle cose e capiranno in fretta che queste paure sono primitive. Non sono sbagliate, sono solo semplicistiche. E' come studiarsi un collegamento ferroviario, e subito pensare che su quella ferrovia viaggeranno delle spie straniere dirette nella tua città. Ed è vero. Certo, le spie di altri stati sono realmente una minaccia per la tua libertà, e useranno la ferrovia per spostarsi.

Ma le ferrovie possono farti paura per dei motivi molto più validi del trasporto spie. La prima preoccupazione, se pensi a un collegamento ferroviario è: se una città vicina si prende la ferrovia, e la tua città rimane senza, la tua città muore. E tu vivrai in una città morta. Ho cercato di spiegare in forma retorica quello che sarà il digital divide dell'internet delle cose. Se nessuno ha una cosa, non averla può essere fastidioso, ma sopportabile.

Ma quando tutti gli altri hanno quella cosa e tu non ce l'hai, il senso di privazione è terribile, insopportabile. E questo cancellerebbe tutte le tue scettiche e acute osservazioni sulla privacy, visto che inserirebbe il dibattito in un altro frame, un'altra cornice, nella quale il tuo punto di vista non avrebbe nessun valore.

L'internet delle cose è ai suoi albori. Può essere anche pericoloso. Ma è solo una teoria. Non avere un collegamento a internet può essere un problema. Non avere internet quando tutti gli altri ce l'hanno, può essere mortale.


Interessante anche questo paragrafo dell'intervista, in cui Sterling racconta del suo rapporto con Google, dal punto di vista della scrittura.

Credo che ti abbiano già chiesto che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere dai tuoi inizi a oggi. Hai risposto con una sola parola: "Google". Pensi che per un narratore che inizi oggi ci siano dei pericoli nell'avere a disposizione uno strumento di così facile utilizzo per le proprie ricerche?

E' ovvio. Basta leggersi un qualunque testo contemporaneo per capire che Google è stato utilizzato per rintracciare le informazioni contenute. La scrittura contemporanea è piena di questi piccoli dettagli da eruditi, un tempo piuttosto difficili da trovare.

Per esempio, prendiamo una figura oscura e polverosa, come, che so, Massimo d'Azeglio. O meglio ancora, Massimo Taparelli, Marchese d'Azeglio (24 ottobre 1768 - 15 gennaio 1866) autore delle novelle "Niccolò dei Lapi" e "Ettore Fieramosca". Nessun americano sa nulla di un personaggio del genere. Mi ci sono voluti 57 secondi per cercare il suo nome su Google, compreso il tempo per fare copia e incolla in questo testo.

Dov'è il pericolo? Il pericolo, per un autore contemporaneo, è credere di poter davvero capire qualcosa di Massimo Taparelli in appena 57 secondi. Semplicemente, non puoi. Accedere alle fonti non vuol dire assimilarle. Il Marchese d'Azeglio era un intelligente, creativo e colto aristocratico del 19° secolo. Una persona sicuramente profonda, acuta, con una cultura enorme, decisamente lontano da noi moderni. Questa tempesta elettronica di nozioni non permette a nessun autore contemporaneo di capire davvero qualcosa di lui. Forse crediamo di saperne di più su di lui, ma ne sappiamo sempre meno.

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