Non sarà grazie a Twitter che cambieremo il mondo

Twitter Revolution

C’è un articolo sul New Yorker di questa settimana che sta facendo discutere molto. La domanda che Malcolm Gladwell, autore di questo articolo, cerca di instillare nei lettori con il suo lungo pezzo è se i social media servano a cambiare il mondo.

Negli ultimi anni abbiamo assistito più volte a scontri, manifestazioni e rivolte che avevano come principale “mezzo di organizzazione” un social network. Il caso più emblematico, oltre che più recente, è forse quello delle elezioni a Teheran, in cui addirittura le autorità chiesero a Twitter di sospendere la manutenzione precedentemente programmata affinché il sito potessere essere utilizzato dai manifestanti. Quel giorno i tweet contro la rielezione di Ahmadinejad furono numerosi, il che portò tutti a pensare che Twitter fosse lo strumento grazie al quale la protesta era nata. Nessuno, come fa notare Malcolm, si domandò come mai questi tweets fosserò perlopiù in lingua inglese e i protestanti non comunicassero direttamente nel loro idioma.

Le tesi di fondo dell’articolo sono due. Una prima, si basa sul presupposto che i social media ci aiutino si ad aumentare la nostra partecipazione alle cause ma nello stesso tempo dimuniscano il nostro impatto ad esse. Le cause organizzate tramite facebook raccolgono milioni di aderenti disposti però a fare poco, quasi niente, nel supportarle. Internet sarebbe quindi un mezzo perfetto per coinvolgere un numero enorme di persone purché ciò in cui si decide di coinvolgerle non sia niente di eccessivamente impegnativo, niente che richieda troppo tempo o energie.

"Social networks are effective at increasing participation by lessening the level of motivation that participation requires."

Il vero movente affinché una protesta seria nasca è infatti il legame fra le persone che vi partecipano. Prendendo come esempio rivoluzioni passate, si può notare come i partecipanti, almeno inizialmente, avessero tutti uno stretto legame, un rapporto di amicizia, fra loro. Questo rapporto, più delle idee, li avrebbe spinti a partecipare. E sempre questo rapporto è ciò che manca sui social network, in cui siamo amici di persone che a malapena conosciamo e che forse mai vedremo, non in grado di motivarci all’azione. Ecco perché non può nascere una protesta seria, in cui vi siano reali sacrifici da parte dei suoi aderenti, attraverso la rete.

Un secondo motivo Malcolm lo identifica nell’architettura di Internet, o dei social network. Questi infatti prevedono che tutti i partecipanti si trovino sullo stesso livello, che nessuno sia più importante di altri o abbia maggior voce in capitolo. Al contrario dunque delle manifestazioni del passato, in cui un leader indiscusso e carismatico guidava e motivava un enorme folla, le manifestazioni che nascono su internet non hanno un organizzazione gerarchica dei suoi membri. Un difetto? A prima vista si potrebbe pensare che sia ovviamente un passo in avanti, non è forse meglio che tutti si trovino sullo stesso piano? Probabilmente lo è anche, ma semplicemente non funziona. Ci vuole infatti, a detta di Malcolm, qualcuno che motivi e guidi la folla, qualcuno che spinga le persone ad impegnarsi veramente nel raggiungere un determinato obiettivo.

Sull’Huffington Post Angus Johnson ha criticato le idee di Malcolm, portando come esempio una rivolta organizzata dagli studenti nel 2009 contro un recente taglio di budget. Inizialmente la rivolta interessò la sola “University of California”, e per questa ragione a spingere i partecipanti a sostenerla furono soprattutto i legami solidi fra le persone, gli amici ed i conoscenti. Tuttavia quando gli studenti decisero di mobilitare l’intero stato della California per il 4 Marzo del 2010, scelsero la rete come strumento e fu grazie alla rete, e ai suoi legami deboli fra persone che non si sono mai incontrate, che nacquero proteste in tutto il Paese.

Anche l’Economist è in disaccordo con le idee di Malcolm, e le contesta portando due argomentazioni:


  • Se è vero che i social media ci permettono, come ha asserito Malcolm, di entrare in contatto con persone con le quali abbiamo un legame debole, è anche vero che ci permettono di rafforzare i legami forti già esistenti nella vita reale, rendendoli ancora più solidi.
  • Nei social network l’informazione decentralizzata e non controllata da un leader, ma veicolata dalla massa, è anche meno influenzabile e controllabile dai centri di potere, rendendo possibile che vengano a galla informazioni che le autorità avrebbero preferito celare (si pensi a Wikileaks)

Insomma, probabilmente non sarà solo grazie ai social media che salveremo il mondo, ma sarà anche grazie ad essi. Come scrive Tyler Cowen sul Marginal Revolution, “E’ vero, I social media non possono fare tutto, ma alla fine ci sono comunque utili”.

Via | New Yorker

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