La foto di Toto Cutugno, l'algoritmo di Facebook e la bufala della "ricerca americana"

Toto Cutugno manda in tilt Facebook? Non è proprio così - e il cantautore è solo una parte, quasi casuale, di uno studio molto più interessante. Tra bufale e disinformazione, ecco come si può travisare una notizia.

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A partire da un articolo del Messaggero, una strana bufala si è diffusa sulla stampa tradizionale (e meno tradizionale): uno studio della statunitense Cornell University ha avuto come oggetto una pagina di Facebook che ritrae Toto Cutugno in un’unica, invitante posa. La pagina, che esiste sul serio, si chiama "La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno" e fa proprio questo, cioè pubblicare ogni giorno la stessa immagine del cantautore. Il plauso ironico di migliaia di internauti la tiene in vita e le dona un interessante successo giornaliero.

Secondo le notizie riportate da un numero ragguardevole di giornali, però, è successo ben altro. Questa pagina e questa foto (davvero intensissima), hanno “rotto” l’algoritmo di Facebook. I like di ogni ri-condivisione sarebbero infatti così tanti che gli utenti si troverebbero costantemente Toto Cotugno nel feed, ogni giorno della settimana, e con i loro like e i loro condividi non farebbero altro che perpetuarne il mito immortale. E ovviamente questo non può che mandare in crisi Mark Zuckerberg, ormai disperato e impotente spettatore di un’invasione virale di cloni di Cutugno.

La notizia è una bufala, per una data definizione di "bufala", ma come tante altre rappresentazioni molto drammatizzate della realtà è basata su informazioni interessanti, che qualche giornalista ha letto male (o voluto capir male) e riproposto in chiave scandalistica. Come dice uno degli autori della ricerca che ha originariamente dato vita a questa sorta di leggenda urbana:

“Secondo me l'indignazione verso la ricerca, che si occuperebbe di cose inutili, ha giocato un ruolo fondamentale.”

Uno studio su Toto Cutugno sembra in effetti inutile, un modo stupido per spendere i soldi dei contribuenti. Ovviamente le cose stanno in modo diverso.

Il campione perfetto


La ricerca, per prima cosa, non ha nulla a che fare con la Cornell University, ma è di un team tutto italiano, proveniente dall’IMT di Lucca. Lo studio è stato condiviso su un deposito di ricerche messe a disposizione della comunità scientifica gestito dalla Cornell, che non ha nulla a che fare con essa.

Quanto al documento in questione, la fan page incriminata era un soggetto perfetto, proprio perché - come tantissime pagine simili esistenti su Facebook, ma anche su altri social, posta un contenuto straordinariamente uniforme. Ogni giorno la stessa foto: ecco un gruppo di controllo fenomenale per studiare la distribuzione delle condivisioni su Facebook. Una maniera perfetta per capire come una notizia diventa virale e - ironia della sorte - come si diffonde proprio la disinformazione, un fenomeno di cui questa ricerca è stata una vittima illustre.

Che questo “mandi in crisi” l’algoritmo di Facebook è completamente sbagliato. Facebook mangia, vive e respira sulle nostre condivisioni. Mandarlo in crisi è in realtà piuttosto semplice, ma ci si guadagna molto poco, come ha avuto modo di scoprire qualche altro ricercatore. E Facebook, dal canto suo, è molto più bravo a mandare in crisi noi esseri umani di quanto noi potremmo fare con lui.

Vogliamo credere a tutti i costi che tutto quello che compare su Facebook sia superfluo o tratti di cose superflue. Invece sono proprio i social media ad aver cambiato il mondo, talvolta in negativo. Questa storia, un po’ strana e un po’ preoccupante, ci insegna proprio che la disinformazione è sempre dietro l’angolo.

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