League of Legends, il modello sperimentale di Riot per sconfiggere troll e bullismo

La Riot è diventata un'apripista nel campo della sperimentazione sul comportamento online. E ci è riuscita senza infuriare gli utenti grazie a una totale apertura.

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La Riot ha ottenuto il proprio successo con League of Legends, un videogioco che basa tutto il suo successo su partite frenetiche e intense tra team di esseri umani che si connettono online per combattere una piccola guerra. LoL è forse il gioco più popolare della terra, il più guardato e il più giocato in tutto il mondo.

Gli animi non possono certo essere quieti in un campo di battaglia tanto colorato e competitivo, e LoL si è fatto una pessima fama negli anni passati. Un singolo giocatore incompetente può affossare una squadra, e questo porta ad enormi tensioni ed è diventata una pratica accettabile sfogare la propria frustrazione sugli altri, riempiendoli di insulti feroci e irripetibili.

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Il fatto che sia tutto cartoonesco, con personaggi buffi e “kawai” come direbbero i giapponesi, non fa nulla per placare la furia blasfema, sessista e razzista dei perdenti, gente disposta a tutto per piazzarsi bene nella graduatoria. Inutile dire che Riot, il cui fatturato è decisamente invidiabile, non poteva ammettere che la situazione restasse invariata. Troll e bullismo fanno male a LoL, e tengono lontani i nuovi giocatori, che vengono sistematicamente brutalizzati dagli apprezzamenti dei “veterani” per l’inevitabile goffaggine.

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Per questa ragione la Riot ha trasformato la community in una sorta di gigantesco laboratorio online del comportamento umano, sperimentando e provando le metodologie più efficaci per limitare la “tossicità” dell’ambiente sociale. Al contrario di Facebook, però, non ha nascosto nulla agli utenti, che diventano sempre delle belve quando si sentono manipolati.

Gli esperimenti


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Riot ha assoldato Jeffrey Lin, game designer e neuroscienziato cognitivo, per studiare questa immensa mole di dati assieme a un team di 30 esperti per ottenere dei risultati.

  • Il lavoro fatto sul “colore” è particolarmente interessante. La Riot ha scoperto che i messaggi in rosso possono generare una risposta migliore quando hanno una certa urgenza, ma non quando devono comunicare concetti positivi: un messaggio rosso che spiega che i membri del team sono meno efficienti quando si sentono insultati funziona piuttosto bene
  • Un messaggio rosso con un contenuto positivo non funziona altrettanto bene: “Chi sarà il più corretto e sportivo?” in rosso, per esempio, induce a comportarsi PEGGIO
  • Invece di bannare gli utenti che insultano, limitare i loro messaggi nella chat porta a meno segnalazioni in futuro
  • Riot ha collaborato con il MIT per trovare un metro di giudizio adatto a misurare il livello di collaborazione e di creazione di un test di “intelligenza collettiva”.

Questa è solo una fetta del lavoro fatto da Riot. Ci vorranno anni e anni per avere risultati davvero tangibili, anche se i piccoli miglioramenti sommati tra di loro, si spera, saranno un giorno in grado di creare un effetto superiore alle sue singole parti.

Via | Medium

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