Facebook: si può essere licenziati per colpa dei post scritti sul social network?

Fate molta attenzione a ciò che scrivete su Facebook: se il vostro capo legge dei post che non gli aggradano, potrebbe decidere di licenziarvi.

Licenziamento Facebook



Si può essere licenziati per colpa di Facebook? Beh, sì, soprattutto quando postiamo commenti magari offensivi che il nostro capo può leggere. Attenzione dunque a cosa scrivete su Facebook: un post scritto di getto, in un momento di rabbia può avere conseguenze irrevocabili come un licenziamento. Se è vero che utilizziamo Facebook quotidianamente per scambiarci messaggi con i nostri amici, dobbiamo anche pensare al fatto che anche il nostro capo potrebbe leggere questi nostri aggiornamenti di stato. Magari il capo è nostro amico o è amico di amici, ma quando scrivete uno sfogo lavorativo sul social network di Mark Zuckerberg mettete in conto che prima o poi il vostro capo ne verrà a conoscenza e se avete scritto cose poco gentili su di lui potrebbe arrabbiarsi un po' e decidere di licenziarvi.

Licenziati per colpa dei post su Facebook?

Anche se vi siete arrabbiati col capo, non è una buona idea sfogarsi su Facebook. Il guaio è che presi dalla foga spesso scriviamo cose poco gentili, per modo di dire, a volte questi post si trasformano in insulti belli e buoni. Solo che la nostra bacheca non è proprio privata, quindi questi post possono arrivare facilmente anche al nostro capo. Che ovviamente potrebbe un attimo offendersi e decidere di licenziarvi in tronco.

Casi come questi ce ne sono stati a centinaia, in tutte le parti del mondo. Per molti dipendenti alcuni post scritti su Facebook sono stati fonte di licenziamento. Giovanni D'Agata, il presidente dello Sportello dei Diritti, ha raccolto una serie di casi simili che vedono coinvolti persone poco lungimiranti che sono state licenziate per aver scritto post su Facebook pieni di insulti o fortemente sarcastici sul proprio capo o anche su colleghi di lavoro.

Giovanni D'Agata ricorda per esempio un dipendente inglese che su Facebook aveva dato al suo capo del "seg**olo perverso": ovviamente il capo era fra i suoi amici, quindi diciamo che questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un geniale marine americano ha invece scritto: "Al diavolo Obama, non eseguirò certo tutti i suoi ordini". Duplice errore: in primis hai appena insultato il tuo presidente, in secondo luogo sei un soldato quindi sei tenuto ad eseguire gli ordini, se non ti piace la situazione non fai quel lavoro. Anche lui è stato subito allontanato dall'esercito.

Ma non sempre il licenziamento è avvenuto a causa di insulti, a volte anche scambiarsi aneddoti relativi al posto di lavoro può essere fatale. Per esempio tredici dipendenti della compagnia aerea inglese Virgin Atlantic nel corso del 2011 avevano parlato su Facebook di guasti al motore e di scarafaggi presenti sull'aereo, cosa non gradita alla compagnia che li ha subito licenziati. Cosa analoga è successa nel 2013 a Johnny Cook, un autista di autobus che su Facebook aveva scritto che ad uno studente non era stato consentito di mangiare alla mensa perché gli mancavano pochi centesimi. La scuola l'ha prontamente licenziato perché ha fatto affermazioni in pubblico relative a questioni interne della scuola.

Passiamo al 2014, l'addetta stampa Elizabeth Lauten aveva commentato un'apparizione pubblica delle figlie di Obama: "Abbigliatevi in modo da guadagnarvi rispetto, e non un posto al bancone del bar". Licenziata, non si sparla del presidente e delle figlie. Pessima mossa anche quella dell'impiegata Claudia B., una donna svizzra che si era messa in mutua a causa di un'emicrania che le impediva di stare davanti allo schermo del computer. Peccato che però riuscisse benissimo a stare su Facebook: licenziata in tronco. Il funzionario turco Nedim Zurnaci mentre stava ispezionando una fattoria si era fatto portare in braccio dai contadini per non rovinarsi le scarpe e le foto del fatto sono comparse su Facebook: la ditta per cui lavorava l'ha licenziato per condotta non adatta.

Passiamo alla Russia, il vice ministro per l'Economia Serjei Beljakov si era scusato pubblicamente su Facebook per il congelamento da parte del governo dei versamenti relativi alle pensioni statali. Peccato che in Russia i membri del governo non possano manifestare così pubblicamente il loro dissenso. Ed è stato licenziato. Un dipendente di un mobilificio tedesco aveva postato su Facebook la canzone Buck dich dei Deichkind, nel cui testo troviamo la strofa "Lo straordinario è dato per scontato, non pagato, regalato, sei fregato! Rialzati". Inutile dire che l'azienda non ha gradito l'intento ironico e l'ha licenziato.

Mi ricordo anche di un altro fatto, questa volta l'uomo in questione non ha perso il lavoro, ma 80.000 dollari sì: in pratica l'uomo in questione aveva una causa in corso con la sua ex azienda per via di una discriminazione legata all'età. L'uomo e l'azienda in segreto si erano accordati per un risarcimento di 80.000 dollari, con tanto di accordo di riservatezza firmato dall'uomo. La figlia di costui, però, ha pensato bene di vantarsi su Facebook con i propri amici del fatto che l'azienda per cui il padre aveva lavorato gli avrebbe pagato le vacanze. Inutile anche qui dire che l'accordo è saltato.

Questo ci insegna una cosa: non scriviamo su Facebook proprio tutto quello che ci passa per la mente, specie se siamo arrabbiati e se il nostro capo o presidente ci può leggere.

Foto | hikingartist

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