"Il profitto dell'azienda" al centro delle motivazioni della sentenza Google per i video di bullismo


Sono state depositate oggi le motivazioni della sentenza emessa a fine febbraio dal Tribunale di Milano, che riteneva tre dirigenti Google penalmente responsabili della pubblicazione su YouTube di un video contenente immagini di minorenne affetto da sindrome di down.

Il giudice Oscar Magi, che ha pronunciato la sentenza, ha chiaramente preso le difese della legge e del sistema delle istituzioni, per come le conosciamo, contro la "tabula rasa", perennemente riscritta e condivisa, di quelle che sono le attività online e le conseguenza culturali di esse. Le motivazioni contengono già una difesa preventiva della sentenza stessa, messa in moto contro eventuali attacchi dell'opinione pubblica, del "popolo del web":


"Non esiste nemmeno la sconfinata prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del Web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti e che creano degli obblighi che, ove non rispettati, conducono al riconoscimento di una responsabilità penale"

Quello che più sta colpendo l'opinione pubblica internazionale, in realtà, è come nelle motivazione della sentenza sia messo in risalto il "profitto" dell'azienda Google come primo movente sulle carenze di una "moderazione a priori" su YouTube. Questo potrebbe essere non solo un errore di valutazione, ma anche un messaggio molto sbagliato e senza precedenti. La censura preventiva della libertà di espressione è una tentazione troppo forte anche per molti governi apparentemente liberali, che a tratti sembrano non aspettare altro che un'occasione per cominciare ad applicarne i "vantaggi" alle proprie popolazioni interne.

Le motivazioni di Magi sono lunghe 111 pagine, citano Shakespeare e si dilungano principalmente riguardo alle mancanze dei "disclaimer" di Google, riguardo la privacy delle persone raffigurate nei video caricati online. Ma, giustamente, quello che più preoccupa in questo momento sono frasi come questa:


"Non è una scritta su un muro a costituire un reato da parte di chi possiede quel muro, ma lo sfruttamente commerciale di quella scritta"

Il video dell'atto di bullismo è restato online per ben due mesi, prima di essere rimosso, figurando anche fra "i video più interessanti" fra quelli italiani. Questo, però, non è avvenuto certo perché la bambina di 12 anni che lo ha pubblicato non avesse letto in tempo le sequele di pagine di disclaimer che Google offre a tutti i suoi utenti, prima di permettere loro di caricare un video qualsivoglia. E' accaduto perché YouTube consente a chiunque di usare i propri servizi, con libertà, e con quella stessa libertà che usa nella vita "reale" (anche a 12 anni, con minori responsabilità di un maggiorenne), di sbagliare, di commettere errori e, nel peggiore dei casi, anche dei reati.

In tutta questa storia, quello che fa più rabbia è il caso mondiale sulla "libertà digitale italiana" che si sta montando, progressivamente, inesorabilmente. Forse, anche in un'occasione di motivazioni come queste, non è il caso di fasciarsi la testa prima ancora di essersela rotta. Può darsi che sia sbagliato considerare il semplice profitto il vero movente di un modo di concepire la moderazione di un sito come YouTube. E lo scopriremo in fase di appello, cui Google ha già annunciato di voler ricorrere. Ma, se la legge italiana stabilisce che ci possano essere responsabilità penali, per un dirigente di un'azienda, sugli atti di quell'azienda, la globalizzazione delle web company non le rende meno soggette alle leggi dei vari stati in cui operano.

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