Condannato a 15 anni per ricatto via Facebook

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La storia è talmente banale da poter passare inosservata, se non fosse per il finale, che ci permette di fare un confronto tra la giustizia Usa e la giustizia italiana ai tempi di internet. I fatti: un ragazzino americano ha la "bella" idea di aprire un profilo Facebook con un nome femminile. Riesce a convincere i compagni di scuola a farsi mandare le loro foto e video con particolari intimi, e poi li ricatta. Risultato: ragazzino condannato a 15 anni di galera.

Confrontiamo questa vicenda con quella della condanna Google. In questo caso non c'è alcuna incriminazione per Facebook ne, per quello che sappiamo, la scuola ha subito conseguenze. In compenso il colpevole dovrà scontare una condanna che in Italia non viene emessa neanche per chi uccide. Da una parte la giustizia italiana, che emette una sentenza di colpevolezza per chi gestisce il mezzo tecnologico e che manda ai servizi sociali chi ha girato il video, dall'altra la giustizia americana che prende il colpevole del ricatto e lo condanna in maniera esemplare.

Sempre parlando di giustizia, per non essere tacciato di filoamericanismo o di "filogooglismo" tout cour, devo dire che personalmente ho trovato fuori luogo l'intervento dell'ambasciatore in americano in Italia, David Thorne. E' facile intervenire in Italia sulla libertà e su internet, meno facile è intervenire quando l'interlocutore è la Cina, vero? Concludo l'inciso sulla giustizia, ricordando a tutti i casi di due italiani incarcerati negli Usa, la cui storia è decisamente controversa: Carlo Parlanti e Chico Forti. Chissà se l'ambasciatore ne ha mai sentito parlare.

Foto | Flickr

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