Max Uggeri e le truffe alle startup, una storia molto italiana

Wired pubblica un articolo-denuncia verso uno dei nomi più chiacchierati dell'ambiente startup italiano. Su Max Uggeri pendono 16 denunce per truffa aggravata e diffamazione.

Wired pubblica un articolo-denuncia verso uno dei nomi più chiacchierati dell'ambiente startup italiano, Max Uggeri sul quale pendono 16 denunce per truffa aggravata e diffamazione.

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Massimiliano “Max” Uggeri

(qui il suo Twitter) è un nome molto noto nel panorama delle startup italiane. Secondo Wired, però, questa fama è parte di un complicato, caotico gioco di fumo e specchi per presentarsi come prestigioso mentor, perfetto per fare da intermediario con nomi famosi, presentare neo-imprenditori a venture capitalist e trovare la software house giusta per sviluppare una app per portare un prodotto o servizio dritto dritto sul mercato in cui deve fare da disruptor. Uggeri gestisce anche una serie di articoli sul mondo dell'imprenditoria su StartupItalia.

Ma non è tutto oro quello che luccica, e il gioco di fumo e specchi ad un certo punto finisce, e i soldi sono spariti e in cambio non si è ottenuto proprio nulla. Normali rischi dell’imprenditoria? Non secondo chi è rimasto vittima di Uggeri: sono ben 16 le denunce presentate alla Procura di Milano all’inizio di giugno.

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Lo "schema"


Uggeri, secondo gli imprenditori coinvolti in questi affari, intascava i soldi che gli venivano dati da gestire. Si proponeva come socio e si offriva di investire per conto degli startupper, di curare lo sviluppo delle app, di trasformare l’idea di impresa in impresa effettiva, creandola a Londra. Peccato che il capitale sociale rimanesse in tasca a lui - così dicono le denunce.

Stessa cosa per i fondi da impiegare per sviluppare i software: Uggeri sosteneva nel suo curriculum di essere Board Advisor di una software house elvetica, BiTechnology. Non aveva questo ruolo, anche se era in rapporti di amicizia con essa, eppure ne usava la carta intestata, sosteneva che i ritardi nello sviluppo fossero colpa di BiTechnology, mentre a BiTechnology raccontava di come gli startupper avessero rinunciato ai propri piani.

Questo “schema”, continuano le denunce, dura dal 2011. Oltre 60 startupper e sviluppatori si sono incontrati in segreto sui social media, riconoscendo in se stessi e negli altri i segni delle attività di Uggeri.

”C’è del marcio in Danimarca”?


C’è qualcosa che non va nel sistema delle startup se succede qualcosa di simile, senza che nessuno se ne accorga per anni? Forse. O forse siamo semplicemente noi italiani ad avere la pelle troppo sottile, troppo facili da sconvolgere quando una mela marcia compare nel barile. Non voglio minimizzare: chi ha frodato dovrà essere tenuto responsabile e dovrà pagare, una volta che la legge avrà fatto il proprio corso.

Allo stesso tempo, però, l’innovazione è assolutamente vitale al nostro futuro imprenditoriale, e la presenza di qualcuno che si approfitta della credulità del prossimo, che ruba fondi oppure che usa i fondi pubblici in maniera scriteriata è inevitabile. Questo non trasforma la totalità dei giovani startupper in illusi da spennare, le loro idee in bugie e carburante per frodi, e tutti i mentor in squali.

Molte idee partono in modo estremamente umile, e si rivelano poco fattibili lungo il cammino. In America questo percorso è addirittura considerato più importante dell’idea stessa: il comportamento di uno startupper mentre un’idea precipita in fiamme dice parecchio sulla stoffa di un imprenditore, che a causa della sua natura umana è destinato a fallire -e magari essere drammaticamente "fregato" - più e più volte prima di trovare il successo. Non sappiamo come si risolverà la storia di Max Uggeri e quella delle sue vittime - lasciamo al tribunale il suo lavoro - ma reagire all’italiana e trasformarla in una pietra di paragone per giudicare l’intero mondo dell’imprenditoria tecnologica innovativa ci pare molto stupido.

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