#‎BringBackOurGirls, la campagna per la liberazione delle bimbe rapite in Nigeria corre sui social network

La semplicità del selfie e l'indignazione degli utenti diventano un connubio perfetto da utilizzare per campagne sociali, come nel caso di #?BringBackOurGirls, l'appello mondiale per chiedere la liberazione delle 233 bambine rapite in Nigeria il 15 aprile 2014.

I selfie sono la moda del momento, ne abbiamo parlato più volte qui su Downloadblog, e il celebre autoscatto di Ellen Degeneres durante la notte degli Oscar ha dato una sferzata a questo trend. I social network, sempre più utilizzati da una parte all’altra del Mondo, sono il veicolo di comunicazione perfetto per mode di questo tipo e se da un lato c’è chi storce il naso di fronte all’ennesimo selfie del vip di turno, dall’altro non possiamo non sottolineare la forza in casi di denuncia sociale come quello che si sta diffondendo a macchia d’olio da qualche giorno a questa parte.

La campagna #BringBackOurGirls parte proprio dal web e fa dei selfie la propria forza. Facciamo un passo indietro: nella notte tra il 14 e il 15 aprile scorso 276 ragazzine, di età compresa tra i 12 e i 17 anni, sono state rapite dal dormitorio della loro scuola di Chibok, nello stato del Borno, nell’area nord-ovest della Nigeria, da parte dell’organizzazione terroristica jihadista Boko Haram, che ha sede proprio in quella zona del Paese.

Il sequestro è già stato rivendicato con un lungo video diffuso dal gruppo criminale che spiega come quelle giovanissime, secondo il volere di Allah, saranno vendute al mercato nero, date in moglie e ridotte in schiavitù. 53 giovanissime sono riuscite a scappare pochi giorni fa, ma secondo le stime delle autorità locali sarebbero 233 le bimbe ancora nelle grinfie dei terroristi che non hanno nessuna intenzione di cedere o trattare.

La polizia locale è impotente, ad oggi non è riuscita a ricostruire i movimenti del gruppo criminale o fare qualcosa per rintracciare le giovanissime o trarle in salvo. Anzi, lo scorso 5 maggio, approfittando proprio delle autorità impegnate nelle ricerche delle bimbe, i militanti di Boko Haram hanno raso al suolo il villaggio di Gamboru Ngala massacrando almeno 300 residenti.

L’indignazione, mai come in questo caso, passa anche e soprattuto dal web. Milioni e milioni di utenti assistono impotenti a barbarie come queste e nel loro piccolo hanno la possibilità, proprio grazie ai social network, di mobilitarsi e smuovere l’opinione pubblica e i Governi a fare qualcosa, ad alzare la voce e denunciare quanto sta accadendo, in questo caso, in Nigeria.

Tutto è partito da un selfie della giovanissima Malala Yousafzai, l’attivista pakistana candidata al premio Nobel per la Pace per il suo impegno nell’affermazione dei diritti civili e all’istruzione delle donne nella città di Mingora, la città che le ha dato i natali 17 anni fa. Ridotta in fin di vita nell’ottobre 2012 proprio per il suo impegno e la forza delle sue parole, la giovane è diventata un vero e proprio simbolo e il suo autoscatto in cui stringe in mano un foglio bianco con la scritta, chiara e semplice, #BringBackOurGirls ha spinto milioni di utenti a fare lo stesso.

Grazie anche alla partecipazione di personaggi e volti noti, dall’attrice e attivista Angelina Jolie passando per la First Lady Michele Obama, la campagna #BringBackOurGirls per chiedere la liberazione della giovani studentesse è diventata virale in pochissimi giorni, raggiungendo anche chi non aveva ancora avuto modo di informarsi sull’accaduto.

Un’immagine, un primo piano mentre si stringe un cartello che riporta l’hashtag #BringBackOurGirls, vale più di mille parole e la sua diffusione capillare sta cominciando a sortire l’effetto sperato. L’indignazione passa dal selfie, gli utenti ci mettono la faccia e chiedono a gran voce alle alle istituzioni locali, e a quelle di tutto il Mondo, di attivarsi e riportare a casa delle bambine che come milioni di loro coetanee vogliono soltanto studiare e costruirsi un futuro.

Un selfie per dire no al regime del terrore, no all’ignoranza e sì al coraggio di lottare per ciò che si crede, sì alla forza di ribellarsi a una mentalità che va contro i diritti fondamentali degli esseri umani.

All’appello hanno aderito centinaia di personaggi famosi e da qualche ora la campagna è approdata anche in Italia, con La Repubblica che ha invitato gli utenti a seguire l’esempio di Malala e Michelle Obama e inviare dei selfie e dar sfogo anche nel nostro Paese all’indignazione. Attrici, scrittori e registi hanno prontamente aderito, da Isabella Ferrari a Sabrina Ferilli, da Noemi a Dario Franceschini, passando per Piera Degli Esposti e Francesca Comencini.

#RealMenDontBuyGirls, quando la campagna virale riacquista attualità

Nelle stesse ore in cui #BringBackOurGirls cresce e acquista potere, un’altra campagna torna attuale: #RealMenDontBuyGirls, i veri uomini non comprano le ragazze, lanciata nel 2011 da Ashton Kutcher e Demi Moore per combattere il traffico di bambini a scopo sessuale, una campagna simile che ha fatto della sua forza non soltanto le immagini di personaggi famosi che stringono in mano un cartello, ma anche con una serie di video che ci mostrano uomini, in questo caso attori e cantanti, impegnati a compiere azioni che secondo una mentalità retrograda sono destinate alle donne.

Le bimbe rapite, per stessa ammissione del gruppo terroristico responsabile dell'azione, saranno vendute e ridotte in schiavitù, date in sposa e trasformate così in oggetti sessuali. Non è un caso, quindi, che una campagna forte come questa torni alla ribalta sui social network: i veri uomini non pagano per fare sesso, i veri uomini non acquistano le proprie mogli. Un messaggio chiaro e mai così attuale come oggi.

Real Men Don't Buy Girls, la campagna lanciata nel 2011 da Ashton Kutcher e Demi Moore

Anche Facebook in prima fila

#BringBackOurGirls nasce su Twitter e si estesa fin da subito anche a Instagram, uno tra i social network fotografici più utilizzati dagli utenti, ma Facebook non è certo rimasto a guardare. Il potere di campagne come questa non conosce (e non deve conoscere) preferenze, e il social network di Mark Zuckerberg, che ormai da tempo sta cercando una propria dimensione pubblica, rappresenta lo strumento perfetto per contribuire alla diffusione delle immagini e degli appelli che chiedono la liberazione delle giovani studentesse.

I gruppi e le raccolte di post e immagini si stanno diffondendo a macchia d’olio su Facebook, ma tra i tanti ci sentiamo di condividere con voi una delle pagine più attive, che invita gli utenti a seguire poche e semplici istruzioni per aumentare la diffusione della campagna:

  1. Scrivete ai leader mondiali. Presidenti, senatori, primi ministri etc. Chiedete loro di offrire tutto l’aiuto possibile per salvare le ragazze. Le petizioni vanno bene, ma le lettere individuale e le telefonate funzionano meglio.

  2. Informate i vostri amici di queste atrocità e chiedete loro di scrivere e telefonare. Invitateli su Facebook e sui social network a cambiare la foto del profilo e aumentare la consapevolezza tra i loro amici e le loro famiglie.

  3. Organizzate delle marce nelle vostre città nei prossimi 7 giorni. Scriveteci in private con le date e i luoghi e potremo darvi supporto nell’organizzazione e nella promozione.

Cosa possiamo fare?

Se volete aderire alla campagna avete tutti gli strumenti necessari per farlo - basta un selfie e la sua pubblicazione sui social nerwork, ma anche la condivisione degli appelli già lanciati - mentre per seguire tutti gli aggiornamenti in tempo reale il metodo migliore resta quello di affidarsi a Twitter, il più immediato e diretto tra i tanti social network di successo:


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