Google agli illustratori: lavorate per noi, ma non vi paghiamo

Google agli illustratori: lavorate per noi, ma non vi paghiamoGli ultimi giorni hanno visto il crescere di una protesta da parte di alcuni illustratori nei confronti di Google, rea secondo gli artisti di aver chiesto loro di partecipare alla creazione di alcuni temi per Google Chrome senza offrire loro alcun compenso ma solo guadagni in termini di immagine una volta pubblicati i propri lavori per il browser.

Il primo a dare il via alla protesta è stato Gary Taxali, collaboratore di giornali come il Time, Newsweek e Fortune, contattato lo scorso aprile dall'ufficio marketing di Google che appunto gli proponeva di creare dei temi rispondendo ciccia alla sua domanda relativa al pagamento.

Taxali oltre a rifiutare l'incarico non ha gradito la cosa a tal punto da pubblicare un post e una vignetta molto esplicita nei confronti di Google su Drawger, raccogliendo segnalazioni e consensi da parte di altri professionisti del suo settore ai quali era accaduta la stessa identica cosa.

Per una serie di illustratori che hanno rifiutato esprimendo il proprio sdegno, la società americana non ha però tardato a trovarne altrettanti (e anche più) disposti a compiere il lavoro gratuitamente, sfruttando la consuetudine sulla rete che vede i creatori di temi e simili lavorare il 99,9% delle volte per la gloria: fattore che affligge un po' tutti i settori che si affacciano sul web (come l'informatica), dove spesso il lavoro di professionisti improvvisati finisce per svalutare un determinato compito.

Né tornando al caso specifico si può dare torto a Joe Ciardiello, collaboratore del New York Times secondo il quale se proprio c'è qualcuno che si suppone sia in grado di pagare artisti e designer questa dovrebbe essere proprio una società in grado di guadagnare milioni di dollari, dato che un'altra illustratrice come Melinda Beck ha dichiarato di aver intrattenuto lo stesso tipo di rapporto con società come Target e Nickelodeon, ricevendo però in cambio una retribuzione per il proprio lavoro.

Via | NYTimes.com

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