Legge di Stabilità, via libera alla Google Tax e al decreto Destinazione Italia: cosa sono e cosa cambia

Ecco tutto quello che dovete sapere sulle discussa novità prevista dalla cosiddetta Google Tax e il decreto Destinazione Italia.

Aggiornamento del 18 dicembre 2013: dopo le numerose polemiche e la bocciatura di parte di Matteo Renzi, nella notte la Commissione Bilancio della Camera ha deciso di apportare qualche modifica alle legge di Stabilità ed è intervenuta alla sulla cosiddetta Google Tax. Evidentemente ci si è accorti dell’assurdità della cosa e si è deciso di eliminare l’obbligo di aprire partita Iva in Italia per tutti quei soggetti che effettuano commercio elettronico diretto o indiretto nel nostro Paese.

Nessuna modifica, invece, per quanto riguarda l’obbligo di partita Iva italiana per fare pubblicità online e nella parte relativa al diritto d’autore che pure aveva fatto parecchio discutere. La legge di Stabilità, nella sua ultima versione, approderà oggi pomeriggio in Aula a Montecitorio.


Continua a far discutere più o meno da ogni parte il via libera dato dalla Commissione Bilancio della Camera alla cosiddetta Google Tax, il contestatissimo emendamento che impone ai colossi del web come Google, Facebook, Apple o Amazon di pagare le tasse in Italia se vogliono continuare a operare nel nostro territorio, provvedimento ideato dal presidente della Commissione Bilancio, Francesco Boccia del PD, in barba ai tanti che si erano opposti.

Nell’emendamento è previsto che

i soggetti passivi che intendano acquistare servizi online, sia come commercio elettronico diretto che indiretto, anche attraverso centri media ed operatori terzi, sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una partita Iva italiana.

In questo modo i volumi di vendita realizzati in Italia da questi colossi verrebbero fatturati nel nostro Paese, con il conseguente gettito, mentre al momento vengono fatturati in altri Paesi d’Europa, Irlanda e Lussemburgo in primis, dove l’Iva è nettamente inferiore rispetto alla nostra.

Tra i tanti che si sono fermamente opposti a questo emendamento, in netto contrasto con la normativa europea vigente che ci rende così passibili di sanzioni, c’è l’American Chamber of Commerce in Italy, che senza mezzi termini ha dichiarato:

L’approvazione dell’emendamento Web tax […] rappresenta un grave ostacolo all’espansione dell’economia digitale, in cui la fiducia e l’apertura verso investimenti diretti esteri sono condizioni imprescindibili per la crescita. […] Oltre al vago sapore protezionista, l’emendamento Web tax appare in evidente contraddizione con le finalità del piano Destinazione Italia […] e potrebbe esporre l’Italia ad una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, per possibili violazioni dei trattati e delle normative UE sui princìpi del mercato unico e della libera circolazione dei servizi.

L’obbligo non si limite soltanto ai siti di e-commerce che operano in Italia, ma coinvolge anche l’acquisto di link sponsorizzati che compaiono delle pagine dei motori di ricerca nel nostro Paese. Questo significa che l’inserzione potrà essere venduta soltanto da aziende in possesso di una regolare partita Iva italiana. Scrive Il Sole 24 Ore:

Una soluzione per arginare il fatto che il traffico pubblicitario italiano viene sempre più acquistato all'estero da operatori stranieri. Con questi ultimi che, a loro, volta vendono dall'estero. Così l'operazione di compravendita è del tutto sconosciuta al Fisco italiano, che quindi non vede entrare neanche un euro di tassazione.

Anche Forbes contro la Web-tax

Anche Forbes si è espresso senza mezza termini contro questa Web-Tax, definendola illegale e non compatibile con le leggi europee:

ci sono varie leggi che permettono il commercio oltre confine (la direttiva Distance Selling Directive e altri) e non prescrivono l'obbligo di non avere una partita Iva nel Paese d'arrivo.

Boccia, il presidente della commissione Bilancio della Camera, ha difeso con forza il provvedimento, spiegando che

Non si tratta di una nuova imposta ma di un atto di equità e giustizia: da questo punto di vista non c'é differenza tra le multinazionali americane e le piccole imprese di Busto Arsizio o Matera. Chi non é d'accordo e sostiene il contrario spieghi il perché alle migliaia di ditte che operano in una situazione di concorrenza sleale messa in atto dai giganti internazionali che finora, per una legge sbagliata, hanno sempre pagato solo pochi spiccioli rispetto agli altissimi guadagni che riescono a fare nel nostro Paese. Affermare che la cosiddetta 'web tax' disincentiva gli investimenti é un colossale errore. L'unica cosa certa é che le aziende operano dove capiscono che possono raggiungere i profitti più alti e d'ora in poi dovranno destinare una parte dei loro guadagni al fisco del Paese che le rende sempre più ricche. Esattamente come tutti gli altri operatori italiani. Questi sono fatti. Il resto sono chiacchiere a gettone, nel vero senso della parola.

Destinazione Italia e AGCOM

Alla cosiddetta Web-tax si aggiunge il pacchetto Destinazione Italia approvato giovedì mattina dal Consiglio dei Ministri e che entrerà in vigore dal 31 marzo del prossimo anno nonostante anche in questo caso le polemiche non siano mancate da qualche mese a questa parte.

Tra le tante introduzioni, che almeno nelle intenzioni dovrebbe di dare una sferzata di innovazione all’Italia, ci sono aspetti senza dubbio positivi come una spinta alla digitalizzazione delle piccole e medie imprese, il credito d’imposta del 50% offerto per i nuovi investimenti in ricerca e sviluppo tra il 2014 e il 2016, la detrazione d’imposta del 65%, fino a un massimo di 20mila euro, per potenziare la rete fissa o mobile.

C’è però, anche qualcosa che ci fa storcere il naso e indignare, ed è il regolamento per la tutela del diritto d’autore online adottato dall’AGCOM, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni che si prefigge l’obiettivo di contrastare la crisi del comparto editoriale pur andando in contrasto con i principali trattati internazionali sul copyright. Cosa cambia? Il passo principale è l’inclusione dell’attività giornalista tra le attività passibili di rimozione.

Il punto b dell’articolo 1, infatti, recita:

“opera digitale”: un’opera, o parti di essa, di carattere sonoro, audiovisivo, fotografico, videoludico, editoriale e letterario, inclusi i programmi applicativi e i sistemi operativi per elaboratore, tutelata dalla Legge sul diritto d’autore e diffusa su reti di comunicazione elettronica;

A questo proposito, ecco cosa scrive il Fatto Quotidiano:

Una testata pubblica un articolo su un soggetto pubblico, che chiede una rettifica al giornale. Il giornale non pubblica la rettifica. A questo punto io, che sono molto arrabbiato con la testata e/o con il giornalista, avvio la procedura di rimozione dell’articolo o del sito di fronte ad Agcom, sostenendo che in una parte dell’articolo c’è un plagio. L’Agcom dovrà per forza aprire un fascicolo e prendere in considerazione la mia segnalazione, perché il plagio potrebbe effettivamente esserci, e quindi, nel caso di una segnalazione come di migliaia, la pratica dovrà comunque avere un seguito. […] L’ordine, infatti, verrà inviato con certezza all’unico soggetto che può risultare conoscibile, ovvero l’Internet service provider o l’hosting provider […] Se il provider non vuole storie, come accade usualmente, perché ovviamente non può stare dietro alle richieste di tutti, cancellerà l’articolo o anche il sito, prima che qualcuno tra il giornalista o il direttore se possa accorgersene.

La testata a quel punto, potrà ricorrere al Tar entro 60 giorni e se non lo farà quel “testo sarà definitivamente cancellato”. Se la teoria può sembrare davvero a tutela degli editori, la pratica si può rivelare l’esatto opposto. Da un lato chi vorrà censurare un contenuto ritenuto scomodo potrà rivolgersi all’Agcom e far applicare il regolamento, togliendo di fatto da Internet l’articolo “incriminato” e costringere l’editore a rivolgersi al Tar, ovviamente pagando.

Dall’altro lato le testate che non possono permettersi di sostenere tali spese si vedranno costrette ad autocensurarsi proprio per evitare le rimozioni.

Ecco, a questo proposito, cosa scrive Wired.it:

La richiesta è di rimuovere il singolo contenuto incriminato entro 3 giorni dalla comunicazione. I 3 giorni sono anche il tempo in cui il proprietario della pagina o del sito può rivolgersi ad Agcom o a un giudice ordinario per replicare. In questo secondo caso la procedura viene sospesa. Se così non accade e se il materiale non viene rimosso Agcom si rivolge ai gestori di servizi di hosting e agli Internet service provider e fa partire la rimozione selettiva del singolo contenuto se il portale si trova in Italia. […] Anche i provider hanno 3 giorni di tempo per agire, in caso contrario vanno incontro a multe fino a 250mila euro.

Va precisato, però, che nello stesso regolamento è presente una clausola di rivedibilità con cui l’Agcom

si riserva di rivedere il presente regolamento sulla base dell’esperienza derivante dalla sua attuazione nonché alla luce dell’innovazione tecnologica e dell’evoluzione dei mercati, sentiti i soggetti interessati, anche nell’ambito del Comitato di cui all’articolo 4.

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