
HootSuite, uno dei client professionali più interessanti per i social media, ha deciso di proporsi in lingue diverse dall’inglese. Ryan Holmes (CEO di HootSuite) ha inoltrato un’e-mail agli utenti della newsletter per chiedere il loro aiuto. Come avvenuto con Facebook e Twitter, anche HootSuite ha predisposto un’interfaccia per la localizzazione in crowdsourcing: saranno gli utenti a tradurre il pannello e le applicazioni mobili di HootSuite. Il sistema è fornito da Pootle e per contribuire occorre un’iscrizione diversa dal login su HootSuite.
Via | HootSuite
Se non avete mai usato Foursquare (come chi vi parla, lo ammetto) prima di lanciarci in questa riflessione è doveroso fare una piccola premessa riguardante questo social network, dove gli iscritti possono effettuare i cosiddetti “check-in” col proprio cellulare dai posti dove si recano durante il giorno, che sia all’ufficio per lavorare, alla posta per ritirare una raccomandata o al bar per fare colazione. Ovviamente, la componente social della piattaforma prevede la possibilità per i nostri contatti di seguire gli spostamenti che facciamo, con la possibilità sempre più usata di condividere i check-in su altri portali come Facebook, Twitter o Friendfeed.
Nel precedente post su Facebook e Foursquare, il lettore Paolo Ratto mi ha spinto a mettere nero su bianco una riflessione che già da tempo alberga nella mia mente, almeno dopo aver letto qualche tempo fa un post sullo stesso argomento su Geek.com: come si può conciliare senza che sembri un gran paradosso il lamentarsi tanto di Google e dei suoi controlli, della privacy su Facebook e di tutto quanto il resto, col boom di iscritti e di utilizzo che Foursquare ha riscontrato negli ultimi mesi?
Eppure la geolocalizzazione dovrebbe essere la nemica numero uno della privacy: come individuate altrimenti uno strumento che permette costantemente di far sapere al resto del mondo ogni singolo passo che facciamo, soprattutto se spariamo i nostri check-in in giro tra Twitter e compagnia mantenendo i nostri feed aperti? Per non parlare di chi pur di diventare sindaco di quanti più luoghi possibili effettua check-in da casa propria, dai parenti (ancora peggio) o comunque da luoghi coi quali intuire facilmente gli spostamenti più frequenti e i luoghi più visitati da quella determinata persona, con un elevato livello d’esattezza.
Lo stesso pezzo di Geek.com rimanda a un altro articolo intitolato Foursquare’s privacy loopholes, dove per l’appunto si desta preoccupazione per l’overdose di informazioni sulle abitudini che potrebbe diventare nei casi peggiori un invito a nozze per eventuali stalker. Personalmente proprio perché troppo invadente per la privacy non amo la geolocalizzazione e, come già ammesso, non uso Foursquare: vorrei quindi passare la palla a voi per proseguire la discussione. Siete iscritti? Quanti check-in effettuate e da dove? Come conciliate il tutto con la protezione della vostra privacy?
Groupon è un social network statunitense dedicato alla distribuzione di offerte e coupon promozionali. Un po’ quello che vorrebbe realizzare pure Twitter con EarlyBird. Qualche settimana fa l’azienda ha acquisito CityDeal, un servizio europeo equivalente attivo nel nostro Paese. Basato sul posizionamento geografico, Groupon offriva spesso sconti e promozioni poco interessanti per il singolo utente.
Per questo motivo sono nati i Personalized Deals. La funzionalità, attiva in via del tutto sperimentale soltanto in sei metropoli statunitensi, cambia totalmente il sistema di distribuzione degli annunci di Groupon. Anziché ricevere notifiche su tutte le offerte valide per la propria città, gli utenti registrati potranno specificare le aree d’interesse su cui intendono essere avvisati. Banale forse, ma non era ancora previsto.
Grazie alla fusione con CityDeal, che deve ultimare il re-branding della piattaforma, presto le modifiche saranno attivate anche per gli utenti italiani. A dire il vero, però, i problemi relativi a Groupon nel nostro Paese sono diversi. Soprattutto nei capoluoghi più piccoli le offerte non sempre corrispondono al comune d’appartenenza e spesso il servizio rischia di sfociare nello SPAM. Può migliorare molto.
Via | Groublogpon
No, il titolo non contiene un refuso: Kea.nu è un servizio di URL shortening ispirato a una foto recente dell’attore hollywoodiano che ha stimolato la fantasia degli Statunitensi con un meme definito Sad Keanu. La popolarità del servizio fotografico dei paparazzi è servita per finanziare la lotta ai tumori con un banner mostrato su tutte le pagine alle quali si accede attraverso l’indirizzo accorciato http://kea.nu/.
Le immagini dell’attore hanno raggiunto un successo tale da dividere i fan sulla data in cui celebrare il Keanu Reeves Day (un giorno a scelta tra il 15 giugno e il 1 luglio): l’idea di sfruttare l’attenzione mediatica per un proposito filantropico è encomiabile e la realizzazione molto originale. I fondi raccolti dalla pubblicità su Kea.nu saranno devoluti a Stand Up 2 Cancer, un’associazione non-governativa per la ricerca sul cancro.
È difficile che Keanu Reeves rivendichi l’uso dei propri diritti d’immagine, nonostante la piattaforma utilizzi le fotografie rintracciate sulla rete in modo del tutto non autorizzato: considerando il contesto sarebbe una caduta di stile per l’attore, benché ne abbia piena facoltà. Chissà quale portata avrebbe un’iniziativa simile se fosse imitata in Italia, magari applicata ai link che monopolizzano le bacheche degli utenti su Facebook.
Foto | Urlesque

La prima comprensibile reazione è che si tratti di un fake realizzato discretamente bene e forse è proprio così. Pirate Date vuol essere ciò che suggerisce il nome, ovvero una piattaforma per incontri tra single che si pretende ideata dai creatori di The Pirate Bay in collaborazione con Meezoog, di cui condivide tecnologia e layout. È ciò che si dice attorno al nuovo social network.
In realtà sulle pagine di Pirate Date non si fa alcuna menzione al ben più noto tracker per BitTorrent svedese, se si eccettua l’immagine che potete vedere qui sopra in associazione con un carattere pressoché identico a quello usato per il logo di The Pirate Bay: il sito internet risulta invece di proprietà della Tros Interactive Ltd., una startup israeliana che controlla appunto anche Meezoog.
È comunque possibile registrare un account e avere accesso a Pirate Date, che al momento conta un numero estremamente esiguo di utenti: il primo e unico riferimento esplicito a The Pirate Bay è sulla pagina dell’applicazione per Facebook Connect, in cui però si parla di “concetto” e non si menziona alcuna partnership con gli Svedesi. Che sia un goffo tentativo di marketing per Meezoog?
Via | TechCrunch

È sempre più evidente che il successo di un sito non dipende soltanto dalle visite ricevute, ma soprattutto dalla sua diffusione sui social media: le abitudini di lettura dei contenuti web sono cambiate radicalmente con l’avvento dei feed e la fortuna delle piattaforme di microblogging e dei social network ha modificato ulteriormente le modalità di accesso ai dati. Le analisi tradizionali non bastano.
PostRank è una società che si occupa espressamente di statistiche avanzate sui social media: nel tempo ha sviluppato numerose risorse, molte delle quali open source, per coadiuvare le campagne d’analisi dei brand sulla rete. L’ultima in ordine di tempo è PostRank Analytics, che si occupa di colmare il “gap” dei tradizionali sistemi di statistica per siti web che non tengono conto dei social media.
I risultati generati da PostRank Analytics non si riferiscono al numero di visualizzazioni di un sito o, di una parte di esso: la valutazione dell’engagement riguarda gli “eventi” che un particolare contenuto crea sui social media ed è basata sulla qualità e sulla quantità delle condivisioni. PostRank Analytics prevede una sottoscrizione di $9 al mese (oppure $99 all’anno) con 30 giorni di prova gratuita.
Via | TechCrunch

Finalmente gli open data approdano in via ufficiale anche nel nostro Paese: alla fine del mese di marzo un’iniziativa simile era stata intrapresa unilateralmente dai Radicali per pubblicare i dati di spesa del parlamento italiano, ma non si trattava ancora di un progetto governativo. La Regione Piemonte è la prima amministrazione a fornire un database d’informazioni liberamente scaricabili.
Il progetto, salvo diversa indicazione, pubblica i dati raccolti per il Piemonte sotto licenza Creative Commons: siamo ancora lontani dagli esempi britannici e statunitensi che prevedono l’uso di API per l’accesso alle informazioni direttamente dai server su cui risiedono, ma l’apertura dell’amministrazione piemontese è un sintomo positivo per l’adozione degli open data anche in Italia.
Le informazioni raccolte dalla Regione Piemonte su studenti, ICT e codifiche comuni possono essere scaricate come archivi compressi: i dati sono formattati come CVS. Il progetto piemontese invita al feedback degli utenti per migliorare i propri servizi e l’unica “pecca” visibile è la mancanza di un vero help center, rimpiazzato dall’ennesimo form per contattare l’amministrazione.
Via | Nicola Mattina
Una delle applicazioni che mi fanno benedire quotidianamente il fatto di disporre di un app phone (il neologismo coniato da David Pogue del New York Times per definire gli smartphone di nuova generazione) è RunKeeper: la migliore appplicazione per tenere traccia dei propri allenamenti sportivi che conosca. E’ installabile sia su piattaforma Android (da 2.1 in poi) che su iPhone, e in breve mi ha permesso di sostituire del tutto il mio navigatore GPS da polso Garmin, che mi accompagnava nella mie modestissime sgambatine da almeno 3 anni.
RunKeeper supporta vari tipi di esercizio: dalla corsa, alla camminata, al ciclismo, passando addirittuta per la sedia a rotelle e il tapis roulant (i dati, in questo caso, vanno inseriti manualmente: occhio non imbrogliare). Ha un meccanismo molto semplice, per quanto possa apparire ancora magico ai miei sensi da “fanciullino” delle belle cose tecnologiche: si basa sulla posizione GPS e sulla vostra capacità polmonare (anche delle buone gambe allenate non farebbero male). RunKeeper tiene traccia dei propri allenamenti in un apposito archivio online - consultabile solo da voi o “aperto” agli sguardi indiscreti di chi vuole sapere dove siete anche mentre sudate lontano dal tetto coniugale.
Ma quello che mi dà più soddisfazione di RunKeeper sono le sue caratteristiche “social”. Non solo permette facilmente (e automaticamente) di condividere coi propri contatti di Twitter e Facebook i percorsi (con supporto Google Maps, ça va sans dire) e le proprie medie di passo e tempo (che soddisfazione “progredire” davanti ai loro occhi, soprattutto per me che non vengo da un periodo eccezionale di forma), ma permette anche di creare dei “team” virtuali di runner e ciclisti, con cui confrontarsi (a partire dalla propria rubrica Gmail, ma anche da ricercare in base alla posizione geografica) e “gareggiare”.
A parte le ovvie invidie di chi non può permettersi di correre per una mezz’oretta al giorno a Central Park, effettivamente il sistema di condivisione è una delle caratteristiche di punta di RunKeeper: forse la feature in cui eccelle su tutti i suoi concorrenti, che sono sempre più numerosi.
Continua a leggere: Mens sana in nerd sano: condividere la propria attività fisica su RunKeeper
Wikipedia è una piattaforma che non ha bisogno di presentazioni e non sarà oggetto di critiche neppure in questo intervento: purtroppo, la segnalazione che mi accingo a riportare riguarda un caso particolarmente spiacevole che ha tutta l’aria di essere una censura. Nella circostanza è probabile che in tutta buonafede i moderatori italiani dell’«enciclopedia libera» abbiano commesso un errore, peccando soltanto d’eccesso di zelo.
Meemi è un servizio di microblogging creato in Italia 3 anni fa, è disponibile anche in lingua inglese e costituisce una piattaforma del tutto indipendente. Ciò nonostante, Wikipedia Italia lo inserisce erroneamente come client per Twitter: per questo motivo alcuni utenti hanno pensato di proporre una voce a sé. A giudicare dalle discussioni generate sul forum dei redattori di Wikipedia la querelle non avrà una rapida soluzione.
Quanto è accaduto può essere riassunto molto brevemente: la pagina creata per Meemi è stata rimossa da un moderatore perché ritenuta come una voce di carattere promozionale. A prescindere da cosa sia stato inserito su Wikipedia, ciò appare inconcepibile poiché tutt’al più avrebbe avuto senso il taglio delle parti “incriminate”: l’immediato ricorso degli editori della pagina censurata ne ha causato il ban da Wikipedia Italia.
A New Type of Phishing Attack from Aza Raskin on Vimeo.
Il blog di Aza Raskin segnala un insidiosissimo tipo di attacco phishing, dimostrandolo direttamente sul suo dominio. Si tratta di un attacco che letteralmente sottopone a una “mutazione” le tab del vostro browser.
Nel video qui sopra potete vederlo in azione, oppure potete provarlo sulla vostra pelle al link in cima al post. Se incappate in una di queste pagine, codificate col malware in questione, non appena la tab che le ospita sul vostro browser diviene inattiva, ecco che si trasformerà - in maniera rapidissima e impercettibile, soprattutto se sono aperte altre tab - in una pagina di login per Gmal, ad esempio.
Anche il titolo della pagina e la relativa favicon sono rispettate: il trucco è quasi perfetto. Sì, se non fosse per il dominio che non corrisponderà, nella barra degli indirizzi, a quello di Google.

L’idea che è venuta a Kaliya Hamlin e al gruppo che ha presto coinvolto e motivato sembrerà anche sinistra, ma è meglio pensarci presto che tardi. Si tratta del Digital Death Day: una “unconference” basata sul tema della morte rispetto ai social network.
Le domande che il gruppo si è posto, cui ha già tentato di dare delle risposte preliminari il 20 maggio, sono tutte piuttosto interessanti, superata una certa perplessità iniziale: “Come possono preparsi gli utenti dei social network e le relative famiglie, alla propria morte, in riferimento alle loro identità digitali?”; “Cosa faranno amici e parenti di un estinto della proprietà digitale dello stesso? Come comportarsi riguardo aspetti della sua vita sociale online nascosti o segreti?”; “Come devono comportarti i fornitori dei servizi online su cui quella vita digitale aveva luogo?”; “Come devono comportarsi i registri pubblici e le istituzioni civili a riguardo?”.
Tutto da brividi, siamo d’accordo. Il moto della manifestazione non è stato dei più felici: “Dove vanno i tuoi dati, quando muori?”. Ma a queste domande è davvero sempre più necessaro trovare una risposta.
Nonostante si tratti di uno dei primi servizi che si sono potuti considerare come web 2.0, l’attenzione su deviantART è calata drasticamente negli ultimi anni — soprattutto a causa della “pesantezza” della piattaforma, dovuta non soltanto alle immagini ad alta risoluzione… ma anche alla struttura del sito: gli sviluppatori sono costantemente alla ricerca di soluzioni a questo grave problema.
Per chi non sapesse di cosa stia parlando, deviantART è un servizio (offerto sia gratuitamente, con alcune limitazioni, che a pagamento) che consente di caricare, pubblicizzare, gestire e rivendere le proprie creazioni digitali – dalla fotografia allo UX design – permettendo anche di stampare t-shirt e gadget su cui apporre queste ultime. Già nel 2008 aveva raggiunto +50 milioni di deviazioni come upload.
Prima dell’ultimo redesign erano state implementate funzioni sociali di condivisione in linea coi “trend” della rete: deviantART utilizza fav.me come dominio per gli shorten URL e al pari della maggior parte delle piattaforme consente di notificare a Facebook, Twitter, ecc. la presenza di nuovi contenuti. Con la 7ª versione di deviantART l’interfaccia è stata snellita ancora e il caricamento appare molto più rapido, specie per lo zoom delle anteprime e la modalità a schermo intero (sviluppata su XULRunner, perciò ottimizzata per Firefox).