
Google ha scoperto che è veramente dura quando le celebrità ti si rivoltano contro: Will Wheaton e Neil Gaiman hanno espresso in modo estremamente esplicito il loro disaccordo nei riguardi della politica di espansione coatta di Google+ attraverso i servizi made in Mountain View.
Parliamo di celebrità “di culto”, certo. Will Wheaton è diventato famoso in modo molto controintuitivo: da giovane aveva la parte dell’insopportabile guardiamarina Weasley Crusher, che tutti odiavano, oggi invece ha un blog popolarissimo ed è un’icona geek. Neil Gaiman è l’autore di Sandman e di storie famose come American Gods, Coraline e Stardust - solo per citare le sue opere più fortunate. Se leggete queste righe molto probabilmente nè l’uno nè l’altro avevano bisogno di presentazioni.
La polemica è stata proprio innescata sul blog di Wheaton, dove è comparso ieri un lungo, accorato post estremamante colorito di imprecazioni, tutte rivolte a Google. Wheaton aveva infatti scoperto che non si poteva più mettere un Mi Piace su YouTube senza essere iscritti a Google+.
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Il tab Discover di Twitter finora segnalava in maniera piuttosto sterile ed anonima i top trend e hashtag, basandosi su quello che condividevano e retwittavano i contati, sulla posizione e sulla lingua dell’utente. Dal lancio di questa feature, avvenuto in dicembre, Twitter ha continuato a lavorare “sotto al cofano”, ed oggi il vice presidente Satya Patel ha annunciato una rivoluzione degli algoritmi che la gestiscono.
Le storie “personalizzate e significative” che d’ora in poi compariranno nel tab Discover renderanno molto più interessante la vita agli utenti che usano Twitter come un’informale agenzia stampa. I cambiamenti saranno quasi invisibili all’utente medio, che tuttavia inizierà a trarne vantaggio senza notarlo.
Patel fa sapere che i nuovi algoritmi riceveranno molti più “segnali” dalle nostre per scoprire cosa ci potrebbe piacere. Il cambiamento più importante è probabilmente l’analisi di quello che condividono non solo i nostri contatti, ma anche i loro contatti, un “circolo sociale” indiretto ma non completamente estraneo. Filtrando i risultati per importanza e popolarità, le storie ora appariranno distillate nel tab con una lista di utenti che ne hanno parlato e che può essere esaminata più accuratamente fino alle origini.
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Klouchebag è la parodia di Klout, il portale che determina il livello d’influenza sui social network, creata da Tom Scott. Non è la prima piattaforma a ironizzare sui punteggi di Klout, ma – rispetto a Flout, del quale avevamo parlato – ha una certa consistenza nei risultati. Intende dimostrare l’assurdità dell’algoritmo originale.
Scott sostiene che, anziché preoccuparsi del livello raggiunto su Klout, le persone dovrebbero impegnarsi a «fare cose interessanti». Mentre il portale ha assunto un’importanza spaventosa nelle assunzioni, Klouchbag dimostra che i parametri di Klout equivalgono grossomodo a ciò che chiameremmo SPAM. Una teoria che condivido appieno.
Perciò, Klouchebag analizza quattro parametri — la rabbia, l’abuso di retweet o reply, l’utilizzo di applicazioni come Foursquare e la presenza di acronimi tipici della lingua inglese negli SMS su Twitter. Il risultato determina quanto un utente è noioso nel microblogging. Personalmente, ho realizzato 40 su Klouchbag e 42 su Klout.
Via | Forbes
Klout, la piattaforma per il calcolo dell’influenza degli utenti sui social network, ha acquisito un’importanza ai limiti dell’inverosimile. Sembra, infatti, che un punteggio basso su Klout possa addirittura compromettere una carriera lavorativa: ottenere un livello più elevato – al contrario – aumenterebbe le offerte d’assunzione.
Un esempio è la storia di Sam Fiorella, un pubblicitario di Toronto con quindici anni d’esperienza. A un colloquio è stato scartato con un punteggio di 34 su Klout — e gli è stato preferito un giovane con 67. Dopo l’intervista – rilasciata alla redazione statunitense di Wired – è salito a 72, cominciando a ricevere numerose offerte.
Tuttavia, Klout assegna il punteggio con un algoritmo che favorisce lo SPAM. Basandosi essenzialmente su Twitter la piattaforma privilegia i retweet e le reply: non c’è una considerazione qualitativa dei contenuti condivisi ed esistono strategie più o meno lecite per incrementare il proprio livello. Non è un indice così affidabile.
Via | VentureBeat
Google è diventato social, ormai l’abbiamo capito. Lo stesso Vic Gundotra, Senior Vice-President of Social Business dell’azienda, ci ha tenuto a precisare che Google+ non è altro che “una coperta sociale che riguarda l’intera esperienza di Google“. E l’ultimo passo di questa esperienza migliorata passa ancora una volta da Gmail, per la precisione dal widget Persone che già da tempo fa da collegamento tra il servizio di posta elettronica e le vostre cerchie su Google+.
Ora quel widget è stato aggiornato e reso ancor più completo: oltre alle informazioni di contatto di quel determinato utente, alle email recenti, agli eventi del calendario e l’ultimo post di Google+, da oggi verranno visualizzate anche le immagini o video che ha condiviso nell’ultimo aggiornamento di stato.
L’altra piccola novità riguarda la possibilità di condividere su Google+ le immagini allegate alle vostre email, finora possibile tramite il pulsante Condividi che trovate tra Visualizza e Scarica. A partire dai prossimi giorni basterà passare col mouse sull’immagine per far comparire l’opzione di condivisione. Il rollout è già iniziato e come al solito sarà necessario qualche giorno prima che raggiunga tutti gli utenti.
Via | Google+

Secondo il sito CareerBuilder, che ha recentemente condotto un sondaggio, almeno il 37% dei datori di lavoro fa uno “screening” sui social media per scoprire di più sui propri candidati. Il sospetto lo avevamo un po’ tutti ed a quanto pare era perfettamente giustificato.
Si tratta di una ricerca informale, che coinvolge principalmente Facebook, poi LinkedIn e per finire Twitter. Le cinque cose più cercate sono: il candidato si presenta in modo professionale? (65%); si potrà integrare bene con la “cultura aziendale”? (51%); sono presenti più dati di quanti non ne abbia detti a riguardo delle sue qualifiche? (51%); il candidato è una persona equilibrata? (35%). La quinta è la più preoccupante, ma anche la meno frequente: solo il 12% ha ammesso di cercare direttamente delle “ragioni per non assumere il candidato”.
Inutile dire che bisogna fare molta attenzione a quello che si condivide su Facebook o su qualsiasi altro social media. E’ molto difficile fare buona impressione su Internet, a meno di non professionalizzare completamente la propria immagine mantenendo il più stretto riserbo sulle proprie attività private. Più o meno tutto quello che diciamo o facciamo può essere e sarà usato contro di noi, pertanto è necessario adoperarsi a gestire per bene le opzioni della privacy.
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Stamattina al Festival of Media di Montreux, Glenn Parker di Mccann Universal ha presentato Wave 6, l’ultima puntata del più lungo studio sui social media esistente (ha preso il via nel 2006). Ecco qualche punto saliente:
Per festeggiare il traguardo dei 170 milioni di utenti, Google ha appena presentato il nuovo Google+, l’esperimento sociale che già conosciamo rivisto e corretto da cima a fondo nella sua veste grafica, più pulita ed ordinata della precedente e orientata a rendere ancor più semplice l’integrazione tra i vari servizi made in Google.
La novità più importante riguarda la barra di navigazione, fondamentale per muoversi all’interno delle varie sezioni: è stata spostata nella parte sinistra dello schermo, in verticale, e resa dinamica. Si potrà interagire con le applicazioni trascinandole in alto o in basso per cambiare la loro posizioni, nasconderle sotto la voce “Altro” o soffermarsi su di esse per accedere ai menu secondari, quando disponibili.
La pagina del profilo è stata parzialmente rivista: la colonna centrale è stata ampliata, permettendo così di visualizzare foto e video a dimensioni maggiori rispetto al passato - lo stesso vale anche per l’home page, con gli aggiornamenti di stato dei membri delle vostre cerchie - e di impostare una foto di copertina che va ad affiancarsi all’immagine del profilo, sotto alla quale ora compariranno le informazioni personali dell’utente, dal luogo di lavoro alla residenza.
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Listserve funziona con le modalità di una lotteria, consentendo ad un fortunato “vincitore” di scrivere ad un “milione di persone” qualsiasi cosa gli passi per la testa. Si tratta di un metodo di comunicazione che potremmo considerare allo stesso tempo pubblico e privato, che conferisce al protagonista temporaneo la consapevolezza di poter raggiungere tantissime persone con il proprio messaggio.
Certo, quando scriviamo un post sul nostro blog o twittiamo qualcosa, abbiamo ormai capito di parlare pubblicamente, di esprimere un’opinione che chiunque potrebbe leggere. Allo stesso tempo, però, sappiamo che questa è solo una possibilità: chi viene sorteggiato da Listserve improvvisamente viene colto dalla consapevolezza di sapere che i lettori saranno centinaia di migliaia. L’atteggiamento, generalmente, non è mai lo stesso.
Se vi sembra un esperimento sociale, probabilmente è perchè proprio di questo si tratta. E’ il progetto di un programma di master post-diploma della New York University, che studia le reazioni delle persone quando si ritrovano sotto ai riflettori. Il Listserve non ha una tematica, potrebbe trattarsi di diatribe politiche o foto di gattini, tutto quanto non è pornografia o allegati malware - I contenuti vengono filtrati apposta per evitare queste evenienze. Il resto è libero di passare, anonimo o meno a seconda dei desideri dell’estratto.
Il progetto è in fase di costruzione, una fase che potrebbe essere ancora un po’ lunga, dato che siamo a meno di 5000 persone e ne servono almeno 10.000, prese da tutto il mondo.
Via | BetaBeat

Nel momento in cui è trapelata la notizia del miliardario acquisto di Instagram da parte di Facebook, la reazione più comune è stato il panico.
Instagram è cresciuto con una velocità inaudita: ci sono oltre 30 milioni di utenti su iPhone e il giorno in cui l’app è diventata disponibile su Android un milione di apparecchi l’hanno subito installata. Questa moltitudine non la usa soltanto come “un’altra app”, ma si connette ed interagisce tramite alcune fantastiche funzioni social. Anzi, le cose vanno dette come stanno: Instagram è il primo vero social network mobile - un social network che ora trema per il proprio futuro.
Christina Warren ha espresso apertamente quello che la “mente collettiva” di Twitter non fa che ripetere da quando si è saputo: “Caro Facebook, per favore non rovinare Instagram”. Sentirete da più parti echeggiare questa preoccupazione. L’utente medio di Instagram è un po’ modaiolo ed apprezza l’aura di esclusività di questa app - E non esita ad esprimere la propria opinione con forza. Ma Instagram è davvero in pericolo?
Continua a leggere: I grandi timori del web all'acquisto di Instagram da parte di Facebook