
Facebook è in piena operazione di promozione agli azionisti, dato che è da poco entrato in borsa per il pubblico. Sulla prima pagina c’è la miglior pubblicità che esista, quella dei numeri: 845 milioni di utenti attivi mensili, 483 milioni di utenti attivi giornalieri. Ma sarà vero?
La risposta è quanto mai ambigua: è vero per una determinata definizione di “vero”. Facebook non è certo il primo dot-com a sofisticare i dati, ed i concorrenti sono molto meno trasparenti da questo punto di vista: di Google+ si conosce solo il numero di account, come anche di Twitter. Non ci sono dati sull’effettiva attività su questo network. Facebook è più sereno nel trasmettere informazioni, ma non è per questo che ci si deve fidare di tali numeri da capogiro.
Quello che Facebook non definisce è la qualità di questa cosiddetta “attività giornaliera”. Oltre agli utenti casalinghi o mobile che aggiornano il proprio status, commentano, condividono, accedono al loro profilo e caricano foto, infatti, Facebook conta anche le persone che agiscono su siti di terze parti che sono integrati con Facebook. Sono molti infatti blog, web app e network che consentono l’accesso tramite Facebook, trasferiscono i commenti lasciati in giro direttamente sul social network, come anche like, video o canzoni ascoltate, condivisioni di altri utenti e così via.
Ogni volta che premente il tasto like su un giornale, insomma, siete considerati utenti attivi di Facebook, anche se non accedete in alcun altro modo al vostro account. Succede lo stesso se scaricate un’app per il vostro smartphone che richiede un account - E cliccate sulla “scorciatoia” rappresentata dall’accedere grazie alla vostra identità di Facebook. E’ da un certo punto di vista corretto da parte del social network di tenere conto di tale attività, dato che utilizza direttamente il vostro account con il vostro benestare, ma d’altro canto non vedo come Facebook possa “vantarsene” presso azionisti ed investitori, dato che come utenti voi non andate sulle sue pagine, non vedete i suoi ad, non è possibile vendervi nè beni nè servizi tramite esso.
Quanti saranno i veri utenti, quelli che sono significativi sotto una definizione più concreta, quindi? Di sicuro Facebook non ha alcun interesse a farcelo sapere, nonostante i dati piuttosto lusinghieri sul coinvolgimento manifestato da chi usa questo social network.
Via | New York Times

Giusto ieri abbiamo sottolineato l’incapacità di Facebook di monetizzare il mercato mobile. Ora il Financial Times, citando fonti interne all’azienda di Palo Alto, sostiene che l’introduzione degli annunci pubblicitari nelle applicazioni per i dispositivi mobili sarebbe solo questione di settimane, probabilmente nei primi giorni di Marzo, in occasione della quotazione in borsa di Facebook.
Le notizie sponsorizzate, sostiene la fonte, compariranno nel news feed principale di tutti quegli utenti - quasi la metà degli iscritti a Facebook - che utilizzano le applicazioni per Android, iPad ed iPhone, mescolate agli aggiornamenti di stato degli amici, al pari di quanto accade per la versione desktop del social network. Facebook, sempre secondo il Financial Times, incentiverà gli inserzionisti a linkare all’interno del social network anziché reindirizzare gli utenti verso siti esterni.
I dettagli circa questi nuovi modi di utilizzare Facebook - da parte degli inserzionisti, s’intende - saranno diffusi nel corso dell’evento in programma a New York per il prossimo 29 febbraio. In attesa della decisione di Zuckerberg e soci, possiamo goderci le ultime settimane di app ufficiali senza pubblicità ed iniziare ad interrogarci su quanto potrebbe influire questa mossa sull’utilizzo delle stesse: voi che ne pensate? Si rischia di perdere utenti o ci si abituerà anche a questo?
Via | Mashable

Più di metà degli utenti di Facebook accede al social network da dispositivi mobile, ma c’è una marcata difficoltà a ottenerne un guadagno. Il livello di introiti di Facebook è vertiginoso, e proprio per questo pensare che un tale numero di accessi non è esposto alla pubblicità che popola la versione desktop permette di intuire la frustrazione dei dirigenti.
Purtroppo non è affatto facile coinvolgere gli utenti con la pubblicità sui piccoli schermi di dispositivi come smartphone e cellulari. La pazienza di chi usa un’app è molto scarsa, e ridurre lo spazio (già risicato) o aumentare i tempi di caricamento significa perdere utenti. La stessa “condizione psicologica” degli utenti mobile è differente da quelli da desktop. Sono più concentrati sul compito che intendono svolgere (aggiornare, guardare i commenti o le foto e così via) e per questo cliccano sugli ad otto volte meno frequentemente. Il problema è davvero serio, specie se si considera che i mercati in cui Facebook può ancora svilupparsi sono proprio quelli basati sul mercato mobile, come Turchia ed America Latina, in cui ci sono molti più cellulari che PC con accesso ad Internet.
La strada è in salita anche quando si considerano piani alternativi. Come abbiamo visto Facebook si appoggia sempre di più sui guadagni derivanti dall’acquisto di beni virtuali, e a differenza degli ad questa nuova economia funziona altrettanto bene sul mobile. Purtroppo, però, su questo mercato Facebook arriva decisamente in ritardo, almeno quando si parla di iPhone ed iPad. Apple è infatti estremamente maldisposta a condividere le percentuali che già salassa agli sviluppatori di app, il bene virtuale per eccellenza - Ed anche su qualsiasi altro acquisto compiuto tramite esse.
Molti ritengono che questa sia la ragione per la quale Facebook lavora con scarsissimo entusiasmo sulle sue app: se gli utenti agiscono attraverso il browser invece che tramite app, il social network non è costretto a dare nulla ad Apple, che altrimenti mantiene sullo Store di iOS e relative app una stretta mortale.
Via | Wall Street Journal

Google+ ha inizialmente copiato il concetto stesso di Facebook, e dopo il suo lancio Facebook non ha fatto altro che attingere alle buone idee avute dal team di Google+. Ora pare che anche il concetto di piazzare i commenti alle immagini a destra delle stesse sia stato giudicato efficace.
Siamo tutti ben abituati al metodo usato finora da Facebook, ma nell’era dei monitor widescreen non è certo il massimo: la foto viene pubblicata in sovraimpressione al centro dello schermo, con i commenti sotto di essa e due grandi spazi vuoti ai lati, riempiti graficamente dalla pagina sottostante semioscurata. Un approccio simile a quello di Google+ sfrutterebbe invece questi vuoti, piazzando l’immagine a sinistra ed i commenti a destra. Al momento su Facebook la discussione è invece relegata sotto, dove non è immediatamente visibile.
Inutile dire che questo “nuovo” meccanismo di visualizzazione avrebbe anche un risvolto economicamente vantaggioso per il social network. Contestualizzando di più l’immagine all’interno della discussione, si potrebbero infilare qui e là degli ad molto visibili, che salterebbero fuori direttamente tra i commenti. Quando si parla di pubblicità la prima cosa a cui pensare è il fastidio provato degli utenti, ed in questo caso mi pare che Facebook correrebbe il rischio di essere un po’ invasivo. Dal canto loro i portavoce del social network hanno sempre sostenuto di non pensare alla visibilità degli ad quando creano un prodotto, una posizione che ho sempre trovato davvero difficile da sostenere.
Per il momento la sperimentazione sta coinvolgendo solo una ristretta percentuale di utenti. Il successo è quasi assicurato, per quanto l’idea non sia certo molto originale.
Via | Techcrunch
Foto | Techcrunch

Bit.ly, uno fra i più popolari servizi di link shortening, ha raccolto le statistiche d’utilizzo per il 2011 e ne ha pubblicato un breve riassunto. L’analisi si concentra, in particolare, sul rapporto tra i sistemi operativi e i dispositivi degli utenti che condividono sui social network. Alcuni risultati sono davvero sorprendenti.
Ad esempio, le abitudini degli utenti di Windows sono particolarmente vicine a quelle di chi utilizza Linux — che, al contrario, sono molto lontane da quelle di Android. iOS è più apprezzato di Mac OS X: il Kindle – l’eReader, non il Fire – è usato soprattutto nelle ore serali. La tabella può aiutare a individuare il proprio target.
Quanto ai dispositivi, il desktop è la scelta preferita nei giorni lavorativi. Gli smartphone, curiosamente, hanno una percentuale d’utilizzo persino inferiore a quella delle console: sono i tablet ad avvicinarsi di più al desktop. Le statistiche si riferiscono a Bit.ly, perciò non possono essere attendibili per qualunque servizio.
Via | Bit.ly

La NASA è bravissima ad avvicinare il pubblico, ed è uno dei fattori che consente all’agenzia spaziale americana di sopravvivere persino nei climi economici più neri. L’ultima trovata è un quiz social offerto su Facebook, in cui sarà possibile sfidare i propri amici in multiplayer. L’argomento è - prevedibilmente - la grande Corsa allo Spazio.
Parliamo forse dell’epoca d’oro delle esplorazioni spaziali, in cui i fondi certo non mancavano nè la voglia di osare - ad ogni costo. Il quiz della NASA, intitolato Space Race Blastoff non è affatto facile, con domande alle quali solo un vero esperto può dare una risposta con sicurezza.
Il funzionamento è piuttosto semplice, e dopo la scelta dell’avatar si concorre con gli amici a rispondere ad una serie di 10 domande a scelta multipla. Chiaramente perfetto per quelle sfide online che credo saranno un buon passatempo per tutti coloro che sono intrappolati dal maltempo ed hanno amici altrettanto cervellotici.
L’unico problema sono i tempi di caricamento, tutt’altro che eccelsi. Si vede che alla NASA i server non sono poi così spaziali come avremmo potuto supporre.
Via | Mashable

Non è bastato un post sul blog ufficiale per fermare le polemiche nate a seguito della notizia dell’adozione, da parte di Twitter, del nuovo sistema di filtraggio di utenti e tweet in base alla provenienza geografica. Con proteste più o meno velate gli utenti del social network si sono fatti sentire. Ora Dick Costolo, CEO di Twitter, ha deciso di intervenire personalmente per spiegare il motivo di tale scelta e, vista l’occasione, per fare chiarezza anche su altri aspetti.
Non c’è stato alcun cambiamento nella nostra policy. Quello che abbiamo annunciato è stata la possibilità che ora abbiamo di lasciare un contenuto visibile al più alto numero di utenti nel Mondo aderendo, allo stesso tempo, alle leggi locali. Quando riceviamo un ordine legale, ci impegniamo affinchè quel contenuto resti disponibile per gli utenti che non vivono in quel determinato Paese, non cancelliamo nulla.
Costolo, poi, si è soffermato brevemente sulle proteste contro lo Stop Online Piracy Act (SOPA) e il Protect IP Act (PIPA), le due norme statunitensi ora bloccate dal Congresso e, in particolare, sul fatto che Twiter non abbia aderito al blackout del 18 gennaio scorso: “Ci sono stati 3,9 milioni di tweet quel giorno dedicati a SOPA e PIPA. Quando hai un’amplificatore come questo, non togli semplicemente le batterie dal microfono“.
Continua a leggere: Dick Costolo, CEO di Twitter, parla della censura e di Google

Nel 2008 è stato uno dei venti siti più visitati al Mondo, ora sembra essere scomparso dal web, forse chiuso definitivamente tra l’indifferenza generale. Stiamo parlando di Bebo, il social network fondato nel 2005 da Michael e Xochi Birch ed acquistato nel 2008 da AOL - quando il declino era già iniziato - per ben 850 milioni di dollari. L’azienda non investì mai seriamente nella crescita e nello sviluppo del social network e gli utenti migrarono in poco tempo verso altri lidi, Facebook in primis.
La sua chiusura - non ancora confermata da fonti ufficiali - era nell’aria da tempo. Nel giugno 2010 AOL, dopo aver annunciato l’intenzione di chiudere Bebo, riuscì a venderlo per poco meno di 10 milioni di dollari a Criterion Capital Partners, piccola azienda con base a San Francisco, che però non riuscì a risollevarne le sorti nonostante numerosi tentativi.
Ora Bebo, conosciuto anche come il social network degli adolescenti, sembra sparito. I server ns1.beboinc.com e ns2.beboinc.com hanno smesso di rispondere e c’è già chi ha ipotizzato la sua chiusura definitiva, non ancora confermata né smentita dall’azienda. Voi che ne pensate? Semplice problema tecnico o morte in parte già annunciata?
Via | Neowin
A partire da un software che è nato come umile “Twitter bot” è possibile creare un vero e proprio “ingegnere sociale” automatizzato, che secondo un gruppo di studiosi del web sarebbe addirittura più bravo a creare comunicazione tra le persone di un essere umano in carne ed ossa.
Creare un Twitter bot, ovverosia un software che intercetta keyword specifiche e le usa per creare un retweet, è cosa facile. Un simile programmino è anche molto riconoscibile, tutti ne siamo rimasti “vittime” per scopi più o meno commerciali. I cosiddetti “Social bot” creati da un gruppo di ricercatori indipendenti chiamati Web Ecology Project sono di certo più affascinanti, e la reazione a catena sociale che sono in grado di creare è un risultato inaspettato.
Il progetto è nato meditando su come molti esperti del web sostengano di essere abili nel forgiare o potenziare un vasto network basato su Twitter. Gli studiosi del WEP volevano trovare un metodo per “misurare” oggettivamente il successo di tali sforzi. Come spesso accade, gli esperimenti hanno dato dei risultati diversi dalle aspettative: dopo un periodo di controllo sono stati “liberati” 9 bot all’interno di altrettanti gruppi di utenti di Twitter, ciascuno composto da 300 individui. Questi software hanno iniziato a fare @reply, e fare in modo che gli utenti venissero a conoscenza della rispettiva esistenza menzionandone uno mentre rispondevano ad un altro.
Continua a leggere: I Twitter bot facilitano la creazione di reti sociali tra umani

In pochi mesi di vita Google+ è riuscito a conquistare 90 milioni di utenti, più del doppio rispetto al numero annunciato appena tre mesi fa. A dichiararlo è stato Larry Page, CEO di Google, poco chiaro nello specificare quei dati, tanto da far sorgere una serie di sospetti poi confermati da altre fonti. Page, infatti, ha scritto: “gli utenti di Google+ sono molto presi dai nostri prodotti, più del 60% li utilizza quotidianamente, l’80% lo fa con cadenza settimanale“.
A rincarare la dose, e i sospetti, ci ha pensato Vic Gundotra, Senior Vice-President of Social Business presso Google, che ha pubblicato quattro immagini per celebrare i successi ottenuti dal social network: una dedicata al traguardo dei 90 milioni di utenti, una alle nuove caratteristiche aggiunge quotidianamente, una al milione di pagine create e l’ultima relativa proprio alle percentuali diffuse da Page. Gli utenti, nel commentare quelle foto, hanno chiesto a gran voce: “come è possibile che con tutti questi utenti attivi la mia timeline sia sempre deserta?“.
A rispondere ci ha pensato il sito ArsTechnica: le percentuali dichiarate da Google si riferiscono a quegli utenti iscritti a Google+ che utilizzano - quotidianamente o settimanalmente - uno dei tanti servizi offerti da Google, dal motore di ricerca al Reader, passando per Gmail e Mappe. E il sospetto di molti è stato confermato: in tantissimi si sono iscritti a Google+, ma in pochi lo utilizzano. E a Google, questo, lo sanno benissimo.
Via | ArsTechnica
Foto | Google+