L’industra musico-discografica nel Regno Unito ha chiesto al governo di varare una legge che permetta ai provider di disconnettere forzatamente gli utenti trovati (come e da chi?) a scambiarsi files protetti da diritti d’autore; contro di essa si sono pronunciati numerosi artisti di livello mondiale.
Questa volta infatti non è il popolo ad insorgere contro le politiche adottate, bensì la FAC (Featured Artists Coalition), una associazione composta dai più importanti artisti inglesi, di cui fanno parte, tra gli altri, Craig David, David Gilmour, Iron Maiden, Kaiser Chiefs, Klaxons, Radiohead, Richard Ashcroft, Robbie Williams, The Verve e Travis.
La FAC crede che non sia questa la strada da seguire, perchè ritiene che non avrà effetti positivi; l’associazione si dice ovviamente contraria allo scambio illegale di materiale protetto da copyright ma riconosce che “se la tecnologia permette alla gente di accedere alla musica gratuitamente (…) non ci sarà più chi vorrà acquistarla, ma ci sarà sempre la volontà di averla, per cui la sfida sarà trovare un nuovo modello di business”.
Via | TorrentFreak.com
Dal giorno della sua comparsa, la tecnologia P2P ha sempre sollevato grosse polemiche. La questione sulla legalità del file sharing è più accesa che mai, in questo periodo, come testimoniano i numerosi processi a carico degli utenti accusati di scaricare, e quelli ai grandi siti di condivisione come ThePirateBay.
Nel caso Joel Tenenbaum, accusato dalla RIAA di aver scaricato e condiviso file sulla rete, il professore di legge dell’Università di Harvard, Charles Nesson, ha aggiornato la sua difesa, dichiarando che non importa se il suo cliente abbia scaricato dei file musicali dalla rete. Nesson, infatti, sostiene che l’impatto della pirateria sull’economia è “zero” e che l’uso non commerciale è possibile.
Si tratta di una strategia audace, che prende in considerazione l’assurdità della multa richiesta, ovvero 150.000 dollari, in confronto al presunto danno economico provocato dalla condivisione di un file Mp3 su Internet.
Continua a leggere: Il professor Nesson contro la RIAA: è possibile scaricare se per "uso personale"
Il presidente della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) Enzo Mazza, galvanizzato dal verdetto di colpevolezza emanato dai giudici svedesi, scordandosi di eventuali appelli e ricusazioni (del giudice presunto affiliato ad una organizzazione che fa parte dell’accusa), si è detto ottimista su una possibile azione legale che porti al blocco di The Pirate Bay per i netizen italiani.
Al di là degli ovvi problemi legati alla giurisdizione, i legali italiani di Peter Sunde, avv. Francesco Paolo Micozzi e Giovanni Battista Gallus, hanno espresso i loro dubbi in merito all’affermazione di Mazza in quanto il verdetto svedese è frutto di una serie di prove, mentre in Italia il processo deve ancora iniziare.
Per contrastare il blocco di TPB di agosto scorso, era stato predisposto labaia.org ed era stato consigliato di utilizzare gli OpenDNS anzichè i dns dei vari ISP.
Via | TorrentFreak.com
In Germania il popolare file hoster RapidShare ha consegnato dati di connessioni verso i suoi server (utili ad identificare l’utente che scarica) ad una casa discografica che ne aveva fatto richiesta, in base ad un paragrafo di una legge tedesca sul copyright.
Per la precisione l’utente segnalato non aveva scaricato bensì caricato l’ultimo album dei Metallica, “Death Magnetic”, un giorno prima dell’uscita mondiale, scatendando le ire e la reazione della casa discografica; una volta ottenuto l’IP dell’uploader, l’ISP Deutsche Telekom è stato costretto, pena un’azione legale, a fornire l’identificazione dell’utente.
Già a gennaio la GEMA (la RIAA tedesca) aveva vinto una causa contro RapidShare in cui il giudice aveva stabilito che l’hoster era responsabile di tutti i files caricati sui suoi server e doveva controllare che non fossero presenti violazioni al diritto d’autore (cosa evidentemente impossibile).
Via | ArsTechnica.com
Michael Arrington di TechCrunch.com ha riportato sul suo blog di una conversazione avuta con un non meglio precisato dirigente di una big dell’industria musi-discografica da cui è scaturito un’inaspettato scenario nella guerra tra la RIAA e lo scambio in rete di files protetti da diritto d’autore.
Pare infatti che l’industria dell’intrattenimento, accortasi del declino (si parla del 20% su base annua) che ha investito le vendite di cd e dvd, nonchè dello scarso (a paragone) mercato che offre la vendita di brani online, stia pensando ad un nuovo modello di business, in cui la musica sarà soltanto marketing e non più il soggetto da vendere. Ciò accadra non prima del 2011, forse 2013, quando l’attuale mercato non avrà (se non cambia qualcosa) più ragione di esistere per dei colossi come le attuali label.
In un possibile futuro quindi, non sarà più il social network di turno a pagare un artista affinchè questo presenti i propri nuovi lavori su quel sito, bensì avverà il contrario, esattamente come è accaduto con le radio, che inizialmente offrivano compensi agli artisti per averli sulle loro frequenze, mentre adesso le radio affermate vendono ai musicisti (e alle case discografiche) i passaggi dei brani nelle ore più allettanti e nelle trasmissioni più ascoltate.
Se non avete mai sentito parlare di TotalMusic non meravigliatevi e non siate dispiaciuti, è soltanto un’altra occasione persa dall’industria discografica di evolversi ed aggiornare il proprio modello di business.
Secondo i finanziatori Sony BMG e Universal Music Group, avrebbe dovuto essere la risposta ad iTunes Store, sviluppando un tipo di business nuovo e diverso dalla semplice vendita di musica: si era parlato di streaming, abbonamenti flat, versioni dei brani adattate a player multimediali portatili o cellulari, contratti con gli ISP prima ancora che con gli utenti. E’ andato avanti tre mesi prima che le major staccassero la spina degli investimenti, per far fronte alla crisi mondiale e del mercato discografico, forse pensando fosse meglio continuare a spendere quei soldi in avvocati per le cause contro il file sharing.
TotalMusic era nato dalle ceneri di Ruckus, una piattaforma per lo streaming di musica tra comunità chiuse (come campus o college delle università americane) che proponeva una valida alternativa alla pirateria online.
Via | TechCrunch.com
Air è il framework di Adobe che permette di realizzare applicazioni in grado di girare in modo identico su Windows, Mac e, a breve, Linux. Applicazioni che possono dialogare con servizi web tramite le API, rendendo possibile trasportarli dal browser al desktop.
DestroyFlick è un bellissimo esempio di come sia possibile tramite le API trasformare completamente un sito come Flickr, la popolare community dedicata alla fotografia.
L’interfaccia grigio scuro fa risaltare i colori delle foto che si animano nei vari workplace, le varie scrivanie virtuali in cui si sviluppa DestroyFlickr.
Possiamo navigare tra le nostre foto, quelle dei nostri contatti e tra i contatti di questi, perdendosi dietro alla propria curiosità.
E’ possibile anche caricare sul proprio account nuove foto, attraverso la finestra di upload o semplicemente trascinando i file nell’apposito box, che ci mostra anche quanto spazio è rimasto di quello che mensilmente Flickr concede agli utenti con account gratuito.
Continua a leggere: DestroyFlickr, rivoluzionare Flickr con Adobe Air

Come probabile provvedimento nei confronti dei sempre più frequenti video contenenti materiale protetto da copyright, YouTube ha inserito una nuova funzionalità che indica l’eventuale proprietario delle parti dei filmati proposti dai suoi utenti. L’esempio che vedete qui sopra è di un video dei Modest Mouse, indicante a lato la scritta Contains Content From: Sony BMG.
La mossa del team di sviluppo permetterà a YouTube da un lato di continuare a non ritenersi direttamente responsabile degli eventuali video con copyright inseriti dai suoi utenti, dando allo stesso tempo la possibilità ai proprietari dei contenuti dei filmati di rivendicare i propri diritti, possibilità verso la quale già in passato erano stati mossi i primi passi.
Via | Downloadsquad.com
Una volta discutendo con un amico sulle applicazioni che gestiscono le liste delle cose da fare, quelle che gli americani chiamano “ToDo lists”, la conclusione fu quella che non c’è niente di meglio di un foglietto di carta.
Per chi comunque vuole avere visualizzato sul proprio monitor una lista di cose da fare, che permetta di gestire anche una serie di allarmi che ci segnalino la scadenza entro cui farle, può provare Doomi , una applicazione per il framework Air di Adobe, che ora è disponibile anche per Linux, oltre che per Windows e Mac OSX.
Non aspettatevi una marea di funzionalità, ci sono probabilmente solo quelle realmente utili. Eventualmente riscoprite carta e penna.
[via | Go2web20]

Anticipando l’uscita di Live Documents, il suo fondatore ne parlava come di una suite di applicazioni web che si proponeva come una alternativa online a Office, cercando di presentarsi il più possibile simile alla suite Microsoft, nella sua ultima versione.
Ora che appaiono le prime immagini di questo servizio c’è da rimanere abbastanza allibiti di fronte ad una somiglianza che forse travalica il segno: si può parlare in questo caso di plagio?
L’interfaccia replica il nuovo menù a tab di Office 2007, colori, icone, in modo quasi maniacale.
Considerando che il fondatore di Live Documents fu anche quello di Hotmail, il primo servizio di webmail, che poi vendette a Microsoft, il dubbio che si cerchi per forza la causa con Microsoft è lecito, sia per motivi pubblicitari sia per eventualmente arrivare ad un accordo per vendere il tutto a Microsoft.
Continua a leggere: Live Documents, un clone online di Office 2007. Fin troppo?