Chi legge il nostro blog non può non conoscere la RIAA (Recording Industry Association of America) ed il suo ruolo primario in tutte le più recenti e controverse dispute sul copyright e diritto d’autore. Legato al nome RIAA è quello del suo CEO Mitch Bainwol che ha da poco annunciato le sue dimissioni (non preoccupatevi ha già trovato un diverso e ben pagato lavoro).
La carriera di Bainwol (qui in una della ultime uscite pubbliche) a capo della più temuta associazione di difesa delle grandi mayor disco/video-grafiche, trova i suoi apici nelle battaglie vinte contro Grokster e LimeWire – anche se il traffico p2p, legale ed illegale, rimane comunque in continuo e costante aumento.
Dalle prossime settimane troveremo a far da accusatore supremo Cary Sherman, già presidente dell’attivissima associazione a tutela dei grandi interessi legati al copyright, il quale ha già fatto sapere che punterà da un lato al coordinamento con le forze di pubblica sicurezza per sconfiggere quello che lui definisce il ‘furto di copyright‘ e dall’altro alla creazione di nuovi modelli condivisi (e su quest’ultima affermazione io ci credo davvero poco). Purtroppo poco o nulla cambia nei progetti dei sostenitori della polizia-digitale, mentre la pirateria incessante dilaga incontrollata.
ACTA l’acronimo che spaventa da 6 anni. In principio se ne iniziò a discutere al The First Global Congress to Combat Counterfeiting tenutosi nel maggio del 2004 a Bruxselles. Il 23 ottobre 2007 gli USA svelarono al mondo intero il progetto dell’Anti Counterfeiting Trade Agreement al quale avrebbero partecipato l’Unione Europa, il Giappone, la Korea del Sud, il Messico, la Svizzera ed il Canada (questo il comunicato diramato dall’Unione Europea).
Alcuni paesi come l’Australia decisero invece di attuare la giustissima politica dell’ Ask First lanciando una consultazione pubblica (precisamente il 15 novembre del 2007) per decidere se partecipare o meno ad ACTA. La consultazione pubblica proposta dal governo australiano ispirò negli anni a venire molti altri governi a fare lo stesso; due paesi su tutti, USA nel febbraio del 2008 e Canada dell’aprile dello stesso anno (per tutti i passi fatti da ACTA negli anni vi rimando alla timeline iniziale del prof. Geist).
Il 15 aprile del 2008 sempre a Bruxelles l’European Council of Ministers decise di fare sul serio proponendo negoziati seri e costanti per giungere a breve ad un documento condiviso. Dal 2008 ad oggi decine sono state le riunioni, i comitati, i congressi e molti di questi steps sono da sempre avvolti da segretezza (qui un post di Gianluca sul tema). Tante e diverse sono state poi le perplessità sulla poca trasparenza che questo rivoluzionario accordo dovrebbe portare al mondo del web, anche da parte dello stesso Parlamento Europeo.
Il disegno di legge proposto nei giorni scorsi negli Usa (versione PDF), pensa di affidare al Dipartimento di Giustizia (il DoJ) il compito di perseguire civilmente i domini internet legati alla condivisione p2p di file. La novità è rappresentata dal fatto che verrebbero inclusi sia quelli interni che quelli esterni agli Stati Uniti – affidando il compito agli Internet Service Provider per quanto riguarda il blocco di quelli esteri.
David Kravets su Wired lo ha definito come l’attacco più violento mai visto contro il p2p e il mondo dei pirati. I senatori dell’America delle libertà si sono trovati d’accordo su questo tema, lanciando questa proposta bipartisan. Uno dei promotori è quel Patrick Leahy – presidente della Commissione Giudiziaria del Senato e combattente del file sharing illecito – il quale ha intitolato il suo progetto come Combating Online Infringement and Counterfeits Act (COICA).
In breve la proposta consiste nell’affidare al Dipartimento di Giustizia il compito di perseguire in sede civile tutti quei siti che contengano nelle loro pagine violazioni di copyright – permettendo la condivisione di musica, software, film o ebook. La procedura per i domini statunitensi, dovrebbe prevedere una preventiva ingiunzione chiesta dal DoJ alle corti federali nei confronti di quel determinato sito internet (i registri dei dot-com, dot-net e dot-org sono tutti con sede negli USA, e quindi di competenza del giudice americano). In seguito a questa il sito verrebbe bannato e ci sarebbero gli estremi per perseguire in sede civile sia il responsabile della registrazione del dominio, sia il gestore dello spazio on-line.
A pochi giorni di distanza dal decimo anniversario di LimeWire, gli avvocati della RIAA hanno presentato un documento alla corte di New York per chiederne la chiusura: il servizio di P2P avrebbe recato danni economici all’industria discografica per miliardi di dollari. La documentazione presentata dalla RIAA è volta alla sospensione immediata di LimeWire, poiché quest’ultimo aumenterebbe di giorno in giorno i consistenti ammanchi delle major.
Già nella prima metà di maggio la RIAA aveva ottenuto un’importante vittoria contro Lime Group, la società che controlla LimeWire, grazie alla sentenza emessa da Kimba Wood: il giudice del distretto meridionale di New York aveva riconosciuto infrazioni al copyright da parte di Lime Group e del fondatore di LimeWire, Mark Gorton. Le motivazioni si riconducono alla presunta ottimizzazione del client per consentire anche il download digitale di contenuti protetti dal diritto d’autore.
LimeWire è disponibile in tre soluzioni, una gratuita con funzionalità di base e due a pagamento: stando alla sentenza newyorkese queste ultime conterrebbero tecnologie atte a rendere più semplice e rapido il download illegale di film, musica e software. Secondo gli analisti la decisione della corte sarà fatale per LimeWire. Una consultazione con Kimba Wood era stata programmata per il 1 giugno da Lime Group. Se non si dovesse giungere alla chiusura coatta di LimeWire, la società dovrebbe corrispondere $150,000 per ogni infrazione e andrebbe comunque in fallimento.
Via | CNET News

Il portale d’informazione australiano news.com.au, insieme con l’Istituto di ricerche di mercato CoreData ha pubblicato gli esiti di un sondaggio svolto su un campione di 7000 persone che hanno ammesso di aver scaricato o visionato in streaming media illegali (nel corso degli ultimi 12 mesi).
Quello che ne è uscito non dovrebbe stupire chi fa lo stesso dalle nostre parti. Probabilmente, sarà più stupito chi scrive il testo di accordi come ACTA o lavora per la RIAA. Ebbene, un’ottima maggioranza del campione ha dichiarato che sarebbe disposto a pagare per lo stesso materiale scaricato illecitamente, se solo fosse a disposizione del pubblico uno strumento in gradi di competere con il peer-to-peer per praticità d’uso e velocità di distribuzione.
Per la precisione, suddividendo per tipo di media: il 63,6% ha dichiarato che pagherebbe per la musica (da 50 centesimi di dollaro australiano a un dollaro, c’è da aggiungere: pochino davvero); il 73,9% pagherebbe per i film (le cifre si alzano: da 2 a 5 dollari, sempre australiani, ovvio) e il 58% per la televisione. La televisione (le serie americane, su tutto) risulta il bene più scaricato e più frequentemente dal popolo della rete australiano: quasi il 90% del campione ha “prelevato” tv nell’ultimo anno.
Questo risultato giunge come un’ulteriore conferma che qualcosa sta cambiando per quanto riguarda la riconsiderazione della cosiddetta “pirateria informatica”, nell’ottica di prendere in esame quelli che non sono più solo “paradossali” vantaggi per l’industria, in termini di pubblicità di una band o di un prodotto seriale, ma concrete opportunità di guadagno.

Slashdot ha pensato bene di pubblicare, seppure in forma anonima, la storia che ha ricevuto da un suo lettore.
Il lettore in questione era fra gli ospiti dell’ultima edizione del workshop annuale sulla sicurezza informatica, organizzato per questi giorni da USENIX a San Josè, in California. Lì ha incontrato un gruppo di esperti del French Institute for Computer Science, appena usciti da un tour de force di 100 giorni, tutto incentrato sullo studio dei livelli di privacy garantiti dai protocolli BitTorrent.
Ebbene, dallo studio è venuta fuori una conferma che la privacy sui client BitTorrent è praticamente nulla. I francesi sono riusciti a indentificare gli IP del 70% degli uploader iniziali di contenuti. In pratica hanno fatto da sé quello che è l’odioso lavoro che le peggiori premesse dell’ACTA avrebbero voluto demandare ai provider di banda. Come giustamente suggerisce un commentatore di Slashdot, “hanno praticamente lavorato per la RIIA“.
Per realizzare quello che hanno fatto al French Institute è bastato un solo computer connesso alla rete. Siamo tutti avvertiti.
Se il nome Joel Tenenbaum vi dice qualcosa, probabilmente vi ricordate del caso di accusa di pirateria che ha interessato un giovane studente e il suo avvocato, il professore di legge di Harvard Charles Nesson.
La RIAA, ovvero la più grande associazione di tutela del diritto d’autore negli Stati Uniti, aveva accusato il giovane di aver scaricato da Kazaa alcuni file musicali. Grazie al Web 2.0 Tenenbaum e il suo avvocato erano riusciti a mobilitare l’opinione pubblica contro l’accusa di pirateria.
Tuttavia la giuria federale di Boston ha dichiarato colpevole Tenenbaum, che dovrà pagare una multa davvero salata all’industria musicale, 675.000 dollari, ovvero 22.500 dollari per canzone scaricata.
Continua a leggere: Tenenbaum ha perso: dovrà pagare 675.000 dollari alla RIAA
I DRM sono dei sistemi che, applicati a file musicali o video evitano la copia degli stessi. Per diversi anni la RIAA ha difeso l’uso dei DRM, dichiarando che i clienti ne avrebbero tratto vantaggio.
In realtà le polemiche contro i DRM sono stante numerose e feroci. Già da un po’ di tempo, infatti, molti siti ed etichette discografiche hanno iniziato a rilasciare musica e Mp3 privi dei DRM, visto che molti utenti si sono lamentati in passato.
Ed ora veniamo a sapere che Jonathan Lamy, portavoce della RIAA, ha dichiarato che il DRM è morto, riferendosi ai siti come iTunes che hanno iniziato ad offrire musica senza restrizioni.
Probabilmente ricorderete il caso di Jammie Thomas-Rasset, la signora e madre di famiglia, che fu accusata dalla RIAA di aver scaricato 24 canzoni dalla rete Kazaa. Inizialmente il giudice aveva ribaltato la sentenza, dichiarando la non colpevolezza della signora Thomas.
Sentenza che, però, è cambiata ieri, quando la signora Thomas è stata condannata a pagare 1.9 milioni di dollari per aver condiviso le 24 canzoni su Internet. A nulla è valsa la difesa degli avvocati, secondo cui erano stati i figli a condividere le canzoni.
La nuova giuria ha quindi aumentato la pena della sentenza, inizialmente indicata su 222.000 dollari. Secondo la signora Thomas la sentenza è “ridicola”. La RIAA, da parte sua, ha sempre sostenuto di essere disponibile ad un patteggiamento. Infatti negli Stati Uniti è prevista una multa di 150.000 dollari per ogni MP3 condiviso illegalmente su Internet, il che sospinge gli utenti a patteggiare invece che affrontare un processo.
E’ vero che scaricare e condividere sulla rete è un reato, ma davvero il danno provocato dalla signora Thomas è stato di circa 80.000 dollari per ogni canzone condivisa? Voi cosa ne pensate?
Via | Torrentfreak.com
La spinosa questione dei presunti dati degli utenti ceduti da Last.fm alla RIAA aveva scatenato nei giorni scorsi addirittura un litigio tra il network musicale e TechCrunch in pieno stile 2.0 via Twitter.
L’accusa è brevemente passata da Last.fm alla società proprietaria del social network musicale, CBS, che torna a difendersi sostenendo ancora una volta che nessun dato personale degli utenti è stato ceduto all’associazione dell’industria discografica americana, né da Last.fm né da nessun altra parte del gruppo.
Dal canto suo la RIAA ha confermato le parole di CBS, sostenendo di non aver mai fatto richiesta di tali dati, che effettivamente fatichiamo a capire che tipo di interesse possano suscitare dal punto di vista della lotta alla pirateria.
Via | Arstechnica.com