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Il manifesto dei cyberlocker contro la pirateria secondo Rapidshare

pubblicato da Daniele P. in: Applicazioni web Privacy Diritti digitali

rapidshare-logoE’ innegabile: questo non è un buon momento per i cyberlocker. La chiusura di Megaupload ha dato un importante scossone al business dei file hosting, sempre più associato alla pirateria online e al centro di battaglie legali e vere e proprie crociate, non ultima quella della MPAA. Ora Rapidshare, uno degli ultimi ad avere preso provvedimenti contro la pirateria, ha deciso di farsi portavoce dei cyberlocker ed ha pubblicato un manifesto che presenta le regole che tutti i servizi di file hosting dovrebbero seguire per tutelare il materiale protetto da copyright.

Quattro pagine, consultabili a questo indirizzo, che riassumono il credo di Rapidshare e forniscono consigli base come rendere i file privati di default o evitare di dare ricompense agli utenti sulla base del loro volume di download senza prima fare controlli approfonditi sulla tipologia di file condivisi. O, ancora, si consiglia di richiedere agli utenti, in fase di registrazione, un indirizzo di posta elettronica valido che sarà poi fornito ai detentori di copyright nel caso di una disputa legale.

Il manifesto affronta anche la delicata questione della chiusura degli account sospetti. Ogni utente può essere considerato colpevole fino a prova contraria e per chiudere un account, sostiene Rapidshare, non devono essere necessarie delle prove: è sufficiente che venga segnalato da più di un detentore di copyright. Spetterà poi all’utente, in caso di errore, dimostrare la propria innocenza.

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Facebook: cosa controllano i datori di lavoro prima di assumerti?

pubblicato da Francesco L. in: Social Software Privacy


Secondo il sito CareerBuilder, che ha recentemente condotto un sondaggio, almeno il 37% dei datori di lavoro fa uno “screening” sui social media per scoprire di più sui propri candidati. Il sospetto lo avevamo un po’ tutti ed a quanto pare era perfettamente giustificato.

Si tratta di una ricerca informale, che coinvolge principalmente Facebook, poi LinkedIn e per finire Twitter. Le cinque cose più cercate sono: il candidato si presenta in modo professionale? (65%); si potrà integrare bene con la “cultura aziendale”? (51%); sono presenti più dati di quanti non ne abbia detti a riguardo delle sue qualifiche? (51%); il candidato è una persona equilibrata? (35%). La quinta è la più preoccupante, ma anche la meno frequente: solo il 12% ha ammesso di cercare direttamente delle “ragioni per non assumere il candidato”.

Inutile dire che bisogna fare molta attenzione a quello che si condivide su Facebook o su qualsiasi altro social media. E’ molto difficile fare buona impressione su Internet, a meno di non professionalizzare completamente la propria immagine mantenendo il più stretto riserbo sulle proprie attività private. Più o meno tutto quello che diciamo o facciamo può essere e sarà usato contro di noi, pertanto è necessario adoperarsi a gestire per bene le opzioni della privacy.

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Megaupload: la Corte stabilisce che i dati devono essere conservati

pubblicato da Daniele P. in: Privacy Diritti digitali

MegauploadEFF

C’era molta attesa circa la decisione del giudice Liam O’Grady, chiamato ad esprimersi sulla sorte dei dati che oltre 66 milioni di utenti hanno caricato su Megaupload e che sono stati bloccati dopo la chiusura del cyberlocker. Il responso è arrivato e può essere riassunto così: i file devono essere conservati, ma spetta alle parti coinvolte stabilire il come e il dove. Lui non se l’è sentita di decidere ed ha proposto due possibilità: le parti possono incontrarsi e decidere in totale autonomia o possono rivolgersi ad un giudice esperto nelle discussioni finalizzate al raggiungimento di accordi.

E’ interessante, al di là della decisione finale che fa comunque contenti i tanti utenti ancora in attesa di recuperare i file, scoprire cosa è emerso nel corso dell’udienza. I legali che rappresentavano il governo degli Stati Uniti hanno preannunciato la possibilità di intentare una causa civile contro la Carpathia Hosting Inc., la società proprietaria dei server che stanno ospitando i dati e che ha recentemente denunciato di aver accumulato un debito di oltre 500 mila dollari.

Il motivo? L’azienda, lavorando con Megaupload, ha ottenuto entrate pari a circa 35 milioni di dollari e non è escluso che abbia qualche responsabilità nella violazione del copyright contestata al cyberlocker. Il Governo ha anche fatto sapere di non avere nessuna intenzione di correre in aiuto della Carpathia: perché dovrebbero essere le tasse pagate dei cittadini a saldare quel debito? Allo stesso tempo, però, si è opposto alla proposta di acquisto avanzata da Megaupload, sostenendo che l’azienda l’avrebbe fatto nel tentativo di provare la sua innocenza.

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Facebook estende il download dei dati: indirizzi IP, info di login e richieste di amicizia in sospeso

pubblicato da Daniele P. in: Privacy Backup Facebook

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Da fine 2010 Facebook dà la possibilità agli utenti di scaricare una copia dei dati personali presenti sul profilo, dalle foto ai post presenti in bacheca, dai messaggi privati ai video caricati. Un file .zip contenente quasi tutta la nostra storia sul social network di Zuckerberg. Ora, in vista dell’ormai imminente quotazione in borsa e in seguito alle sempre più crescenti preoccupazioni degli utenti circa la gestione della loro privacy, la lista di dati scaricabarili è stata aggiornata e resa più corposa.

L’archivio esteso, scaricabile a questo indirizzo, include l’elenco degli indirizzi IP usati per accedere a Facebook, la lista (non completa) dei login e dei logout, le richieste di amicizia ancora in sospeso, le date in cui l’account è stato riattivato, disabilitato o cancellato, informazioni sui poke e sugli eventi a cui siete stati invitati - quelli a cui avete accettato di partecipare, gli inviti che avete declinato e quelli a cui avete risposto con un forse - oltre a tutti i numeri di telefono che avete aggiunto all’account.

Saranno disponibili, inoltre, i nomi delle persone che avete indicato come membri della famiglia, le info sulle vostre relazioni in corso (nomi e aggiornamenti di stato), l’elenco delle lingue aggiunte al profilo e lo storico di tutti i cambiamenti che avete apportato al vostro nome. Nel corso dei prossimi mesi, come confermato ufficialmente da Facebook, verranno aggiunte anche altre categorie e ci si avvicinerà sempre di più al download completo di tutte le informazioni che il social network ha archiviato su di noi.

Con questa mossa Facebook sperava di far contento anche Max Schrems, lo studente di giurisprudenza fondatore dell’associazione Europe Versus Facebook e dato il via ad una vera e propria crociata contro il social network. Missione fallita: Schrems, raggiunto dal New York Times, si è limitato a sottolineare che “Facebook è ancora ben lontano dall’essere in linea con la normativa europea. Con questi cambiamenti Facebook offre accesso soltanto a 39 categorie di informazioni sugli utenti, mentre continua a tenersene strette almeno altre 84“.

Via | Facebook

Placeme, l'app che ci segue ovunque: un futuro spaventoso o desiderabile?

pubblicato da Francesco L. in: Privacy Mobile


Placeme è un’app per Android e iOS che segue tutto quello che facciamo, usando i sensori del nostro smartphone e il GPS per tracciare con precisione ogni nostro spostamento. Tutto è registrato in background, senza alcun intervento da parte dell’utente, senza chiedere altri permessi.

Se l’idea vi fa venire i brividi, probabilmente sarete sollevati dallo scoprire che non siete i soli. Eppure, c’è un’ottima ragione per installare Placeme ed usarla: si tratta di un’applicazione di tracking personale non condivisa. Tutti i dati sono al sicuro e crittografati, inaccessibili dall’esterno. Questo scrutinio pervasivo ed intrusivo della nostra vita privata è un aiuto alla memoria ed un esame accurato delle nostre abitudini ed orari che possiamo consultare per aiutarci a vivere meglio.

L’uso più semplice è proprio quello di moleskine virtuale ed automatico. Tutto è annotato ed ancora meglio è annotabile. I luoghi della nostra vita possono essere editati qualora Placeme non abbia un nome per loro, dividendoli in Places (luoghi dove svolgiamo delle attività significative) e Visits (dove invece passiamo di sfuggita, come negozi o bar). Si possono anche lasciare delle note, per mandare a memoria qualche altro particolare.

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Calyx Institute: un provider che protegge la privacy, anche contro il governo

pubblicato da Francesco L. in: Privacy Diritti digitali


Nicholas Merril, un imprenditore che lavora da anni nel campo degli ISP, sta studiando una rivoluzione che pur essendo in stato embrionale è già la causa di molti incubi all’FBI: un provider di telecomunicazioni il cui scopo primario è fare da scudo contro la sorveglianza, anche quella governativa.

Si chiama Calyx Institute, ed è un’entità no profit che darà il proprio network in gestione a fornitori di servizi for-profit. Una volta recuperati i fondi e le infrastrutture necessarie, Merril conta di poter offrire ai clienti statunitensi una connessione senza limite di dati a $20 al mese, probabilmente con un piano annuale. Il sito di Calyx cita questa linea guida: “Priorità alla privacy, anche al di sopra dei profitti”.

Il piano comprende l’acquisto di servizi di broadband 4G WiMAX con crittografia end-to-end ed un servizio di mail immagazzinato anch’esso in forma crittografata. Merril non dovrebbe avere problemi a creare una struttura simile, dato che il suo “supporto tecnico” è eccezionale: Calyx può contare sulla consulenza di Brian Snow, ex direttore tecnico dell’NSA, di Jacob Applebaum, esperto impegnato nel Tor Project e di altri esperti di grosso calibro.

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ODDNS: una soluzione contro la censura, dalla Francia, grazie a BIND

pubblicato da Federico Moretti in: Security Privacy

Internet Systems Consortium (ISC)Open and Distributed DNS (ODDNS) è una nuova risorsa per la risoluzione dei nomi a dominio ideata da un programmatore francese, per aggirare la censura dei siti. È basata su BIND, un prodotto open source, e scritta in PHP: compatibile con tutti i sistemi operativi, richiede delle competenze avanzate e predilige l’utilizzo di Linux.

Indubbiamente, dal punto di vista tecnico una soluzione del genere è limitata a quanti conoscono bene l’amministrazione delle reti. ODDNS ha un lato-server, dedicato alla propagazione del Domain Name System (DNS), e un lato-client per la risoluzione degli indirizzi: l’installazione di base del sistema li dovrebbe prevedere entrambi.

Se il meccanismo di funzionamento è complesso e la piattaforma in sé non è del tutto originale, ODDNS è comunque un’intuizione che potrebbe avere delle conseguenze “rivoluzionarie”. Il presupposto è sottrarre la gestione dei DNS ai provider, restituendone l’amministrazione agli utenti: il sistema potrebbe creare una rete anarchica.

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Facebook Apps: che informazioni condividiamo realmente?

pubblicato da Daniele P. in: Applicazioni web Privacy Facebook

Yahoo App su Faceobook

Grazie ad un lungo articolo pubblicato ieri sul Wall Street Journal si è riacceso il dibattito, mai chiuso, sul controllo della privacy su Facebook, non sempre chiaro come il social network vuol farci credere. Il pezzo, firmato da Julia Angwin, è rimbalzato da una parte all’altra del web, tra chi ha subito gridato allo scandalo, sottolinenando per l’ennesima volta la poca trasparenza di Facebook, e chi ha sminuito l’analisi del quotidiano. La verità, come al solito, sta nel mezzo.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Tutto è partito dal recente boom delle applicazioni su Facebook, ora vero e proprio fulcro del social network. Il Wall Street Journal ne ha testate 100 tra le più popolari - da MyPad for iPad ad Angry Birds, passando per Farmville e Il Mio Calendario - con lo scopo di capire a quali informazioni degli utenti possono accedere. L’esito di questa analisi, ad una lettura superficiale, può sembrare piuttosto allarmante: c’è chi richiede l’accesso all’indirizzo email e chi va oltre usando anche le preferenze sessuali, politiche o religiose, oltre a fotografie, date di nascita e quant’altro.

Niente di nuovo, però. L’utente, da qualche tempo a questa parte, prima di installare una certa applicazione deve concedere ad essa l’autorizzazione ad accedere a determinati dati, tutti esplicitati uno di seguito all’altro nell’apposita pagina di conferma. Basta provare ad installare l’applicazione di Yahoo, ad esempio, per scoprire che richiede l’accesso a: nome, immagine del profilo, sesso, reti, ID utente, lista di amici e tutte le altre informazioni pubbliche, compleanno e pagine che ti piacciono.

C’è un ma: molte di queste applicazioni richiedono accesso ad informazioni che non servono in alcun modo al loro funzionamento e tali dati, non è certo un segreto, finiscono in mano agli inserzionisti che hanno raggiunto un accordo con Facebook, accordo che vieta loro di raccogliere informazioni personali sugli utenti. PrivacyChoice, però, ha scoperto che molte applicazioni permettono di tracciare gli utenti ad inserzionisti non approvati da Facebook, e quindi non vincolati da alcun contratto che proibisca loro di utilizzare quei dati a loro piacimento.

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Il crowdsourcing è utilizzato per informare gli utenti sulla privacy

pubblicato da Federico Moretti in: Privacy Amazon

Amazon Mechanical TurkÈ risaputo che la maggioranza degli utenti non presta attenzione ai termini d’utilizzo delle applicazioni che scarica o dei servizi ai quali s’iscrive. La situazione s’è aggravata col successo degli smartphone. Eppure, tutti si preoccupano di tutelare la propria privacy: un progetto tenta di risolvere il problema col crowdsourcing.

Stimolati dalle nuove linee guida della Federal Trade Commission (FTC), i ricercatori di Carnegie Mellon e Rutgers University hanno pensato di coinvolgere gli utenti più accorti nella semplificazione degli avvisi circa la privacy delle applicazioni. Il progetto è basato su Mechanical Turk di Amazon, una piattaforma di remunerazione.

In sintesi, alcuni utenti che dimostrano d’avere la capacità d’interpretare correttamente i termini d’utilizzo delle applicazioni sono pagati per riassumerne il funzionamento. Il progetto riguarda, al momento, soltanto Android: sarà sufficiente a sensibilizzare i consumatori? Nel dubbio, per qualcuno sarà l’occasione d’arrotondare.

Via | Technology Review

USA: da luglio i provider monitoreranno il traffico torrent degli utenti

pubblicato da Daniele P. in: Curiosità Privacy Diritti digitali

CCI

Brutte notizie per gli utenti americani che quotidianamente scaricano file utilizzando BitTorrent: dal 12 luglio entrerà in vigore il tanto discusso piano Copyright Alerts, frutto dell’accordo stretto lo scorso luglio dalla RIAA e dalla MPAA con i principali provider americani (AT&T, Cablevision, Comcast, Verizon e Time Warner Cable), accordo che prevede il monitoraggio dell’attività online degli utenti alla ricerca di download di materiale protetto da copyright, con conseguente ammonimento ed eventuale riduzione dell’ampiezza di banda.

Ne avevamo già parlato, sottolineando tutta una serie di problematiche a cui le parti interessate non avevano dato una risposta. Ora che è stata comunicata una data ufficiale è arrivata anche qualche delucidazione: a rintracciare i “pirati” ci penserà il Center for Copyright Information (CCI), la cui missione primaria è quella di “educare” gli utenti, non di punirli. Il direttore esecutivo, l’esperto di copyright e della protezione dei consumatori Jill Lesser, ci ha tenuto molto a sottolinearlo: “vogliamo soltanto proteggere il copyright e allo stesso tempo dare maggiore potere agli utenti, non abbiamo intenzione di infliggere punizioni“.

Verrà monitorato soltanto il traffico torrent - l’accordo non include i portali di streaming e i cyberlocker - e in caso di comportamento sospetto da parte di un utente, verranno inviati una serie di ammonimenti, via e-mail o altri mezzi, in un sistema di escalation. La riduzione dell’ampiezza di banda sarà soltanto l’ultima spiaggia, l’intervento ultimo che spetterà agli utenti che continueranno a scaricare file protetti da copyright nonostante i numerosi avvertimenti.

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