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Privacy

Twitter si allea con Mozilla e abbraccia il Do Not Track

pubblicato da Daniele P. in: Privacy Twitter

donottrackAnche Twitter alla fine ha detto sì al Do Not Track, l’opzione per evitare il tracciamento delle abitudini di navigazione. L’annuncio è stato dato in anteprima da Ed Felton, CTO della Federal Trade Commission, nel corso di un evento per la Internet Week di New York e la notizia è stata confermata subito dopo dai diretti interessati, Twitter e Mozilla.

Le due aziende hanno iniziato una collaborazione per permettere agli utenti di Twitter che utilizzano Firefox, sia la versione desktop sia quella per Android, di scegliere se continuare ad essere tracciati tramite i cookie proprietari o di terze parti - che raccolgono informazioni sulle abitudini e preferenze e le utilizzano anche per scopi pubblicitari - o se navigare nel rispetto della loro privacy.

Si tratta senza dubbio di una scelta coraggiosa - anche Twitter, seppur in maniera molto meno aggressiva di Facebook, ha sempre tracciato i suoi utenti - che dimostra ancora una volta l’impegno dell’azienda nel favorire e rispettare i propri utenti, una mossa che arriva a pochi giorni dalla mozione presentata al tribunale di New York per proteggere le informazioni di uno dei suoi utenti, il manifestante di Occupy Wall Street Malcolm Harris. E Facebook? Resta a guardare e continua a rifiutare il Do Not Track.

Via | The New York Times

Ancestry promette di costruire l’albero genealogico partendo dal DNA

pubblicato da Federico Moretti in: Privacy Geek to live

AncestryAncestryDNA è un nuovo servizio, avviato in fase sperimentale negli Stati Uniti, che promette di ricostruire l’albero genealogico degli utenti utilizzando il DNA. Sottoscrivendo un abbonamento al sito, il kit è spedito al cliente per $99: occorre fornire un campione di saliva perché i ricercatori possano svolgere il proprio lavoro.

Ancestry – la società che ha concepito il servizio – è operativa in diversi Paesi, tra i quali l’Italia. AncestryDNA confronta il DNA dell’utente coi dati presenti in un database internazionale, per verificare la coincidenza d’oltre 700.000 punti e rendere più efficiente la costruzione dell’albero genealogico — l’obiettivo primario.

Affidare ad Ancestry la ricerca delle proprie radici ha un prezzo di $12.95 al mese, da aggiungere al prezzo del kit di AncestryDNA. Costi e precisione del servizio a parte, consegnare alla società il proprio DNA non sembra essere una scelta intelligente. È una pericolosa evoluzione della cessione dei dati sensibili ai servizi web.

Via | WSJ

The Pirate Bay presenta ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea

pubblicato da Daniele P. in: Privacy Diritti digitali

ThePirateBayLogoA febbraio la Corte Suprema svedese ha reso definitive le condanne dei fondatori di The Pirate Bay respingendo il ricorso che tre di loro avevano presentato contro la sentenza emessa nel novembre 2010 nei loro confronti. Ora Fredrik Neij, condannato a 10 mesi di carcere, ha confermato l’intenzione di ricorrere alla Corte di giustizia dell’Unione europea Corte Europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che la funzione di The Pirate Bay sia protetta dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali:

Secondo l’articolo 10 della Convenzione, che garantisce ai cittadini svedesi la libertà di ricevere e trasmettere informazioni, crediamo che il diritto alla libertà di espressione di Frederick Neij sia stato negato. Secondo il nostro reclamo alla Corte Europea, i servizi di The Pirate Bay - trasferire informazioni non-proprietarie tra gli utenti tramite un processo automatico su internet - sua protetto da quell’articolo della Convenzione.

A parlare è Jonas Nilsson, legale di Neij, che ha ribadito ancora una volta come lo scopo di The Pirate Bay sia sempre stato quello di permettere la diffusione gratuita di informazioni attraverso file torrent non protetti da copyright: tutto il resto è responsabilità degli utenti. E’ come, per dirla con le parole di Nilsson, essere riconosciuti colpevoli in tribunale per aver consegnato una lettera con un contenuto illegale o come se un sito di compravendita venga condannato perché uno dei suoi utenti l’ha utilizzato per vendere una bicicletta rubata.

L’ultima parola, ora, spetta alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Via | TorrentFreak

Twitter si oppone ad una citazione in giudizio: "difendiamo i diritti nei nostri utenti"

pubblicato da Daniele P. in: Privacy Diritti digitali Twitter

twitterlogoTwitter ha deciso di schierarsi pubblicamente in difesa dei suoi utenti ed ha presentato una mozione per chiedere al tribunale dello stato di New York di respingere l’ordine di consegnare i dati di uno dei suoi utenti, quelli di Malcolm Harris, uno dei 700 manifestati di Occupy Wall Street arrestati lo scorso primo ottobre durante l’occupazione del ponte di Brooklyn.

A gennaio il giudice Cyrus Vance aveva ordinato al colosso del microblogging di fornire tutti i dati di Harris in suo possesso - indirizzo email e tutti i tweet, inclusi quelli cancellati, relativi ai tre mesi precedenti l’arresto dell’uomo - e il mese scorso il giudice Matthew Sciarrino aveva dichiarato valido quell’ordine, confermando che i tweet possono essere oggetto di una citazione in giudizio e devono essere messi a disposizione delle autorità senza il bisogno di un mandato. Questo perché, scriveva il giudice, “vista l’autorizzazione data dall’imputato a Twitter per la pubblicazione dei messaggi, i tweet che ha pubblicato non sono più suoi“.

Twitter, invece di consegnare i dati richiesti, ha preferito presentare una mozione contro quella citazione in giudizio, spiegando che la decisione del giudice è basata su un’informazione fondamentalmente scorretta: “i termini del servizio stabiliscono che gli utenti mantengono i diritti di ogni contenuto che presentano, pubblicano o manifestano su e attraverso Twitter“. Quell’ordine, si legge nella mozione, priva gli utenti della possibilità di combattere per i propri diritti e per questo motivo deve essere respinto. L’ultima parola spetta ora al Tribunale di New York.

Via | CNET

Hangouts on Air di Google+: aggiornate le condizioni del servizio

pubblicato da Daniele P. in: Curiosità Google Privacy

Da un grande potere derivano grandi responsabilità, è proprio il caso di dirlo: col rilascio degli Hangouts on Air per tutti gli utenti di Google+, l’azienda di Mountain View ha deciso di aggiornare i termini e le condizioni del servizio, stabilendo che l’utente che inizia un videoritrovo in diretta è considerato “responsabile di tutti i contenuti di quella trasmissione, inclusi quelli generati da tutti i suoi partecipanti. Scegli con cura chi vuoi invitare e, se necessario, utilizza la funzione di blocco per impedire a qualcuno di prendervi parte.“.

Visto il grande potenziale di questa novità - si tratta di un vero e proprio palcoscenico che permettere di raggiungere un vastissimo numero di persone - Google ha preferito mettere le mani avanti e caricare l’autore del videoritrovo di così tante responsabilità con lo scopo di scoraggiare l’utilizzo improprio del servizio, ad esempio trasmettendo in streaming eventi sportivi o musicali senza averne l’autorizzazione, contenuti pornografici o più semplicemente discorsi che incitano all’odio o alla violenza.

Iniziando un videoritrovo in diretta, sottolinea Google, “si accettano i termini del servizio di Google, la politica sulla privacy, le norme relative ai contenuti e al comportamento degli utenti di Google+, i termini del servizio di YouTube e questi termini addizionali“. Allo stesso tempo, però, accettando tutto ciò si concede a Google il diritto e la licenza ad “ospitare, trasmettere, conservare, copiare, modificare, comunicare al pubblico, riformattare ed analizzare” quel contenuto live in tutto il Mondo, oltre a permettere la creazione di algoritmi basati su di esso e qualunque altra forma di sfruttamento non specificata.

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Google+ obbligatorio per i Mi Piace su YouTube: la Rete insorge

pubblicato da Francesco L. in: Social Software Google Privacy


Google ha scoperto che è veramente dura quando le celebrità ti si rivoltano contro: Will Wheaton e Neil Gaiman hanno espresso in modo estremamente esplicito il loro disaccordo nei riguardi della politica di espansione coatta di Google+ attraverso i servizi made in Mountain View.

Parliamo di celebrità “di culto”, certo. Will Wheaton è diventato famoso in modo molto controintuitivo: da giovane aveva la parte dell’insopportabile guardiamarina Weasley Crusher, che tutti odiavano, oggi invece ha un blog popolarissimo ed è un’icona geek. Neil Gaiman è l’autore di Sandman e di storie famose come American Gods, Coraline e Stardust - solo per citare le sue opere più fortunate. Se leggete queste righe molto probabilmente nè l’uno nè l’altro avevano bisogno di presentazioni.

La polemica è stata proprio innescata sul blog di Wheaton, dove è comparso ieri un lungo, accorato post estremamante colorito di imprecazioni, tutte rivolte a Google. Wheaton aveva infatti scoperto che non si poteva più mettere un Mi Piace su YouTube senza essere iscritti a Google+.

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The Pirate Bay commenta la censura (inefficace) imposta ai provider inglesi

pubblicato da Daniele P. in: Privacy Diritti digitali

ThePirateBayLogoAnche l’Inghilterra si è aggiunta alla lista dei Paesi che hanno imposto agli internet service provider di bloccare l’accesso per gli utenti a The Pirate Bay. Lo ha stabilito lunedì la Corte Suprema del Regno Unito e già a partire dalle ultime ore gli ISP hanno iniziato ad adeguarsi alla sentenza, Virgin Media in primis. I responsabili di The Pirate Bay hanno deciso di rompere il silenzio e sono intervenuti sulla questione:

La Corte Suprema inglese ha deciso che TPD sta “infrangendo il copyright in maniera massiccia”. Il fatto che qui non è mai stato infranto il copyright non è ben accetto ed è stato ignorato del tutto. Nessuno di TPB è stato inviato in tribunale, cosa che sarebbe dovuta accadere in una democrazia. Non è la prima volta che succede, è accaduto anche negli altri Paesi in cui siamo stati censurati. Non abbiamo avuto il diritto di parola visto che non siamo ricchi.

Nello stesso post viene sottolineata per l’ennesima volta l’inefficacia di questa censura - proxy, VPN, cambio delle impostazioni DNA con OpenDNS o usando i server DNS di Google e via dicendo - come dimostrano i dati pubblicati da TorrentFreak: dopo che è stata diffusa la notizia del nuovo blocco, The Pirate Bay ha registrato in un solo giorno 12 milioni di visite in più rispetto alla media. La nota diffusa dal sito si conclude con un’interessante appello alla popolazione inglese e non solo:

Non dimenticatevi che non possiamo permettere che accadono cose del genere. La prossima volta verranno per qualche altra cosa. E sì, ci sarà una prossima volta se non li fermiamo. Scrivete al vostro ISP e chiedete di fare appello contro la sentenza. Scrivete ai magistrati locali e dite loro che un comportamento del genere non è ammissibile. Assicuratevi che la vostra voce venga ascoltate. E ricordate, siamo tutti The Pirate Bay e dobbiamo restare uniti contro la censura dei nostri avversari!

Via | NeoWin

Svezia e pirateria informatica: in aumento l'uso dei VPN

pubblicato da Francesco L. in: Privacy Diritti digitali


Se la Svezia è lo specchio del futuro per quello che riguarda la lotta per la privacy, allora possiamo ritenere estremamente significativi i dati pubblicati dal gruppo di ricerca Cybernorms: in due anni e mezzo il traffico dei VPN a pagamento è aumentato del 40%.

Al momento sono ben 700.000 gli svedesi che pagano servizi per rendere il proprio traffico anonimo nei confronti dei propri ISP - e di chiunque altro. Un esempio è il VPN di Pirate Bay, iPredator, che chiede 15 euro per fornire un “tunnel crittografato” che scambia un IP pubblico con uno anonimo.

Secondo lo studio in questione 200.000 di questi utenti hanno tra i 15 ed i 25 anni, il 15% del totale. Tutti questi numeri sono destinati a salire man mano che le normative diventano più severe ed i sistemi giudiziari progressivamente più attenti ai reati sulla condivisione dei file. Inutile cercare di nasconderlo: la maggior parte degli usufruitori di tale servizio si rende anonimo allo scopo di occultare attività di pirateria informatica.

Chi usa un servizio di VPN è disposto quindi a pagare e subire una riduzione della velocità della propria connessione pur di nascondere le proprie attività online. Al di là dei classici pirati informatici interessati a godersi i contenuti senza incorrere nelle maglie della legge, molti sono sempre più preoccupati dal monitoraggio crescente da parte delle autorità e dalla perdita della privacy che ne deriva. Alcune democrazie insospettabili non sono meno preoccupanti ed imprevedibili di alcune dittature quando si discute di libertà d’espressione. Non stupisce quindi la possibilità di ritrovarsi di fronte all’espansione vertiginosa di una “rete sommersa”. Quello che mi preoccupa è il panico inevitabile delle autorità di fronte a questo fenomeno, che cercheranno in tutti i modi di controllare.

Via | TorrentFreak

Tribunale autorizza la IFPI ad identificare 82 utenti di The Pirate Bay

pubblicato da Daniele P. in: Privacy Diritti digitali

ThePirateBayLogoIl tribunale distrettuale di Helsinki ha ordinato a due Internet Service Provider, Telia Sonera ed Elisa, di fornire all’IFPI, l’International Federation of the Phonographic Industry, i nomi e gli indirizzi di 82 utenti che hanno scaricato illegalmente da The Pirate Bay l’album dell’idolo dei teenager finlandesi Robin Packalen due giorni prima del suo rilascio ufficiale provocando all’etichetta discografica - è stata questa la tesi sostenuta in aula da IFPI e Teosto, il gruppo di copyright holder musicali finlandesi - la perdita di ingenti somme di denaro.

I due ISP hanno già fatto sapere che sottostaranno al volere del tribunale e, nel caso in cui siano ancora in possesso di quelle informazioni, collaboreranno con l’IFPI. Cosa se ne sarà di questi utenti, però, non è ancora dato a sapersi: Jarkko Nordlund, CEO di Universal Music Finlandia, ha dichiarato di aver intenzione di incrociare dei nomi con i dati in possesso di TTVK, l’organo che ha condotto l’indagine, e di voler portare in tribunale solo gli utenti che hanno scaricato materiale protetto da copyright in più occasioni. Chi si è limitato soltanto a procurarsi l’album della giovane artista, insomma, potrebbe cavarsela con poco.

Ogni caso, precisa Nordlund, sarà analizzato singolarmente e le conseguenze potranno andare da una multa all’indagine vera e propria. E questo potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg. Sono stati monitorati molti altri album ed altre azioni legali potrebbero arrivare molto presto: “questa è una lotta continua contro la privacy. Vogliamo assicurarci che le persone sappiano che ci sono modi legali per procurarsi musica su internet“.

Via | TorrentFreak

Come cancellarsi da Internet

pubblicato da Francesco L. in: Privacy


Su CNet è comparso un divertente articolo che dettaglia con precisione un piano per cancellare del tutto la propria presenza da Internet. Si tratta di buone idee, in teoria, ma purtroppo la loro applicazione è molto impegnativa e l’efficacia è completamente subordinata alla volontà di ferro di chi si impegna a portare a termine la procedura. Nonostante una risoluzione interiore di carattere eroico, poi, non è detto che il risultato finale sia davvero garantito.

Si tratta di un lavoro arduo, come fa notare l’autore Seth Rosenblatt, articolato in sei punti. Il punto uno la dice lunga ed è riassumibile con: “Preparati. Dovrai essere paziente ed educato”.

I cinque passi successivi sono: rintraccia i siti che rintracciano te; per proteggere la tua reputazione, la rimozione deve essere alla fonte; fai in modo che Google si sbrighi a cambiare i suoi risultati; dipingi uno strato positivo sui contenuti negativi.

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