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L’accesso a Internet è un diritto umano? I risultati del sondaggio

pubblicato da Rosario in: Internet Diritti digitali Sondaggi

L�accesso a Internet è un diritto umano? I risultati del sondaggio

Per l’appuntamento col sondaggio del lunedì della settimana scorsa, vi avevamo chiesto di commentare le parole di Vint Cerf a proposito della visione dell’accesso a Internet come diritto, umano o civile che sia. Tra le varie opzioni disponibili, col 39% è proprio il diritto civile a vincere su tutte le altre, dimostrando così la volontà (almeno dei lettori di questo blog) di avere comunque delle leggi che regolamentino la possibilità di accedere alla rete dandone così diritto al cittadino. Opinione del resto condivisibile e meno “drastica” del diritto umano, votato comunque dal 29%: a conti fatti, è comunque l’idea di accesso a Internet come diritto a vincere, visto che la somma delle due opzioni arriva al 68%.

Al terzo posto invece l’opzione un mezzo per esercitare i diritti col 21%: non un diritto vero e proprio quindi, ma un importante mezzo tramite il quale farli valere da trattare quindi con estrema considerazione. Un buon 11% invece ha votato l’ultima opzione, quella cioè di chi crede che sia tutto quanto solo filosofia e che si debba probabilmente dibattere su altri temi riguardanti la rete.

Prima di lasciarvi, ricordiamo il sondaggio di questa settimana: approvate la mossa di Google con Search plus Your World?

World IPv6 Launch: Google, Facebook e altri passeranno a IPv6 entro il 6 giugno 2012

pubblicato da Rosario in: Internet

Google, Facebook e altri passeranno a IPv6 entro il 6 giugno 2012Archiviato ormai da tempo il World IPv6 Day, i grandi del web proseguono i loro piani di migrazione alla nuova versione del protocollo IP, destinata a salvare la rete dalla fine degli indirizzi IPv4. Così come per la giornata di prova dello scorso 8 giugno, anche in questo caso a guidare le danze sono in prima linea Facebook e Google, seguite anche da altre piattaforme come Bing e Yahoo. Obiettivo prefissato: completare la migrazione entro il 6 giugno 2012.

Leslie Daigle, CTO di Internet Society, ha commentato così la notizia:

“Il fatto che le più grandi società attraverso i vari ambiti si stiano prefissando importanti obiettivi per partecipare al World IPv6 Launch è ancora un’altra indicazione che IPv6 non è più un esperimento di laboratorio; è qui ed è un importante passo per l’evoluzione di Internet.”

Passo necessario soprattutto per la fine degli indirizzi IPv4, già terminati da alcuni dei RIR, i registri regionali che si occupano della loro assegnazione. Ricordiamo che per noi comuni mortali il passaggio a IPv6 sarà praticamente indolore in quanto già supportato da hardware e software recenti: nel caso in cui temiate il peggio, è sempre disponibile il sito test-ipv6.com, o in alternativa ipv6test.google.com.

Via | Thenextweb.com

SOPA e Protect IP Act: Rupert Murdoch via Twitter contro Google e la Casa Bianca

pubblicato da Rosario in: Internet Google Diritti digitali

Rupert Murdoch via Twitter contro Google e la Casa Bianca

C’è stato un buon livello di agitazione nel fine settimana su Twitter, dove il neo-arrivato Rupert Murdoch ha sparato a zero su Google e Casa Bianca, accusando quest’ultima di essere un’impiegata dei “padroni della Silicon Valley” e allo stesso tempo Google di trarre consapevolmente profitto dalla pubblicità venduta tramite contenuti pirata, al punto da definire la società di Mountain View come “leader della pirateria”.

Se da Obama e dal suo staff non si vedono al momento risposte, Google ha inviato a CNET una mail di risposta alle accuse di Murdoch, rispedendo indietro al mittente tutto quanto:

“Tutto questo non ha senso. Nell’ultimo anno abbiamo eliminato dai risultati 5 milioni di pagine Web che violavano copyright e investito più di 60 milioni di dollari nella lotta contro pubblicità malevole. Lottiamo contro pirati e contraffattori ogni giorno.”

Il punto di principale discordia tra Murdoch, Google e Casa Bianca è da ritrovare dentro le discussioni al Congresso su SOPA e Protect IP Act, provvedimenti spalleggiati da diverse società proprietarie dei diritti (come News Corp. di Murdoch), ma accusati di estrema pericolosità nei confronti della libertà di Internet, al punto da causare ripensamenti anche all’interno del governo stesso. Google aveva affermato di credere a modi migliori per lottare contro la pirateria:

“Crediamo, come altre aziende tecnologiche, che la migliore via per fermare i pirati sia attraverso un sistema di leggi mirato che richieda a circuiti pubblicitari e chi emette il pagamento - come noi - di tagliare fuori i siti dedicati a pirateria o contraffazione.”

Inutile dire che la lotta andrà irrimediabilmente avanti nei prossimi giorni: staremo a vedere.

Il sondaggio del lunedì: l'accesso a Internet è un diritto umano?

pubblicato da Rosario in: Internet Sondaggi

Vint Cerf: l'accesso a Internet non è un diritto umanoCome avevamo previsto, le parole di Vint Cerf della settimana scorsa hanno scatenato il dibattito sulla rete sull’opportunità di ritenere l’accesso a Internet come diritto umano o civile, o piuttosto un “solo” mezzo con il quale fare in modo che tali diritti possano essere esercitati.

Rimandandovi al post sopra linkato per approfondire la questione nel caso in cui ve la siate persa, com’è giusto che sia per il nostro sondaggio del lunedì qui su Downloadblog vogliamo chiedervi la vostra opinione in merito, dopo averla già scandagliata coi vostri commenti al post originale. Credete quindi che l’accesso a Internet sia un diritto? Umano o civile? O credete che si tratti semplicemente tutto di menate filosofiche?

Vint Cerf: l'accesso a Internet non è un diritto umano

pubblicato da Rosario in: Internet Diritti digitali

Vint Cerf: l'accesso a Internet non è un diritto umanoL’accesso a Internet non è un diritto umano. Arrivati nel 2012, una frase del genere può senza dubbio sollevare polemiche, soprattutto alla luce di mosse “evolute” come quella della Finlandia di qualche tempo fa. Ma se a pronunciarla è Vint Cerf, universalmente riconosciuto come uno dei padri di Internet, allora vale quantomeno la pena stare a sentire le sue motivazioni.

Dal 2010 membro della Broadband Commission for Digital Development fondata dall’UNESCO per rendere le tecnologie a banda larga disponibili più ampiamente sulla faccia della Terra, Cerf ha riassunto il suo pensiero sul New York Times, partendo dalla Primavera Araba e dalla possibilità offerta da Internet a tutti quanti di comunicare, organizzare e promuovere iniziative di ogni tipo, in ogni luogo e pressoché istantaneamente.

In base a questo, secondo Cerf, sarebbe nato il dibattito sulla necessità di ritenere l’accesso a Internet un diritto civile o umano, soprattutto in nazioni dove la rete è strettamente controllata e censurata dalle autorità. Ecco la sua risposta in merito:

“L’argomento, comunque sensato, perde di vista una cosa importante: la tecnologia è un ‘attivatore di diritti’, non un diritti in sé. C’è un livello alto per cui qualcosa possa essere considerato un diritto umano. Mettendola in modo semplice, deve essere tra le cose che in qualità di umani necessitiamo per condurre vite salutari e che abbiano un senso, come la libertà dalla tortura o la libertà di coscienza. È un errore mettere una tecnologia in questa categoria importante, perché col passare del tempo finiremmo per dare valore a cose sbagliate. Per esempio, se tempo fa non avevi un cavallo era difficile guadagnarsi da vivere. Ma il diritto importante in quel caso era il diritto a guadagnarsi da vivere, non il diritto ad avere un cavallo. Se oggi avessi il diritto ad avere un cavallo, non saprei che farmene.”

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Arial Sarcastic: il sarcasmo ha un suo font

pubblicato da Rosario in: Internet Geek to live

Il sarcasmo ha un suo fontCosa sarebbe Internet senza il sarcasmo? Non avremmo per esempio i demotivational poster, tanto per dirne una, così come probabilmente mancherebbero gran parte delle fonti di divertimento che ogni giorno la rete ci offre. È per questo che a pensarci sembra strana l’assenza di un font dedicato al sarcasmo, grazie al quale ergersi come paladini di questa dote di burla e presa in giro.

Assenza che c’era fino a ieri, visto che finalmente qualcuno si è preso la briga di creare il cosiddetto Sarcastic Font, genialmente semplice: come il classico corsivo, ma al rovescio. Ed ecco il manifesto di questi geni:

“Per troppo tempo email, messaggi istantanei, pagine web e documenti non sono stati in grado di comunicare a dovere la sottigliezza del sarcasmo. Del testo recapitato senza intonazione fallisce nel rappresentare la rara forma di linguaggio in cui il significato voluto è l’opposto delle parole scritte.

Su Internet urliamo l’un l’altro con il CAPS LOCK ed enfatizziamo con grassetto e corsivo, ma dov’è il sarcasmo? Dov’è la sua sfumatura, la sua eleganza? Per noi è ora di cambiare. È ora di una rivoluzione. È ora di un nuovo stile di font!”

Trattasi dunque di Arial Sarcastic, ed eccone un esempio:
Ariel Sarcasm: il sarcasmo ha un suo font

Dopo il break, come da netiquette anche la guida all’uso del font dedicato al sarcasmo.

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Flout sfida Klout: quando sono influencer lo decido da solo

pubblicato da sigul in: Internet Applicazioni web



Klout, l’applicazione che determina quanto sei in grado di influenzare i tuoi contatti, sta facendo parlare di sé sempre più spesso, nel bene e nel male. Personalmente non mi interessa più di tanto sapere quante persone siano influenzate da me, ma dopo decine di tweet uno si fa prendere dalla curiosità e si iscrive.

Pat Nakajima e Anoop Ranganath sostengono: “Siti come Klout pretendono di dire quanto sei importante. Questo è ridicolo! Solo tu puoi sapere quanto sei importante”. Per questo hanno creato Flout.me, per consentirci di ostentare (flaunt) quanto ci sentiamo importanti. Basta andare sul sito, segnarsi tramite Twitter e compilare la nostra dichiarazione d’importanza. Utilizzando numeri positivi o negativi.

È una stupidaggine, ok. Però io ho cominciato a intenderla in questo senso: quanto mi sento importante dipende da quanto la gente apprezza quello che faccio. Questo a volte può determinare il mio buon umore. Ho un amico che spesso come status sui social usa “99% happy” o “5% happy” e mi sono chiesto se Flout non potesse servire per far sapere ai miei contatti su Twitter quanto bene o male stia andando la mia giornata.

È stato un pensiero. Probabilmente nessuno la userà così. Però l’idea di twittare ai miei follower che non sono per nulla interessato al loro Klout score mi è parsa carina. Anche se, alla fine, diventa una guerra fra spammer. Se devo stare da una parte però scelgo Flout. E voi? Sappiate che non posso mettere - infinito su Flout quindi non esagerate con gli insulti.

Via | Techcrunch

I domini .xxx comprati anche dalle università

pubblicato da Rosario in: Internet Curiosità

I domini .xxx comprati dalle scuole

Suonerà a molti un po’ strano leggere una notizia del genere, eppure a quanto pare al di là dell’industria pornografica i soggetti maggiormente intenzionati all’acquisto dei domini .xxx sembrano essere le scuole. Università come la University of Missouri e la Washington University sarebbero infatti in prima fila per comprare i rispettivi domini mizzou.xxx e washu.xxx: in realtà, tale mossa dovrebbe servire come misura preventiva sia nei confronti di produttori pornografici intenzionati a dare la loro interpretazione degli “studi” effettuati in quei luoghi, sia nei confronti di eventuali studenti mattacchioni.

Terry Robb, direttore del reparto information technology della University of Missouri è stato abbastanza chiaro in merito, affermando di non voler assolutamente vedere “cose che solo Dio sa” realizzate con domini .xxx riconducibili all’università, che ha registrato anche missouri.xxx e missouritigers.xxx: una voce in realtà anche abbastanza costosa a livello di budget, visto che si tratta di sborsare circa 200$ a dominio per assicurarsi un .xxx. Sulla stessa linea di Robb anche Chad Shepherd, suo omologo alla St. Louis College of Pharmacy che ha addirittura registrato in pieno attacco di pornofobia il dominio stlcop.xxx, uno che non proprio daremmo a un sito per adulti.

Per quanto riguarda i domini .xxx, al momento sono in atto solo le prenotazioni, visto che le registrazioni effettive partiranno il prossimo 6 dicembre seguendo però le richieste effettuate già nelle settimane precedenti attraverso la politica del “first come first served” in caso di dispute. Facile immaginare che anche altri soggetti vogliano appropriarsi di tali domini seguendo l’esempio delle università USA.

Via | Cbsnews.com
Foto | Flickr

Internet e i suoi benefici, spiegati da un uomo di 104 anni

pubblicato da Rosario in: Video Internet Curiosità

In vista dell’ora che gli orologi riporteranno indietro durante il weekend, la BBC ha avviato la campagna “Give an Hour”, con la quale alcuni volontari si sono fatti intervistare per descrivere la loro esperienza su Internet facendo in modo che la rete venga presentata anche a coloro i quali sono meno abituati a farne uso.

Parte della campagna è l’intervista fatta a George Higgs, un uomo residente a Birstall, Leicestershire, che usa regolarmente Internet per scrivere le sue memorie, inviare email a figlio e nipoti in Canada e approfittarne anche per fare un po’ di shopping online. Fin qui nulla di particolare, ma abbiamo tralasciato il dettaglio che il buon George ha 104 anni, il che mette ovviamente tutto sotto una prospettiva diversa.

Chi non vorrebbe avere un nonno così?

Via | Thenextweb.com

Regno Unito: i provider richiederanno consenso esplicito per l'accesso ai siti per adulti?

pubblicato da Rosario in: Internet Diritti digitali

Regno Unito: i provider richiederanno consenso esplicito per l'accesso a siti per adultiSembra quasi allargarsi senza eccezioni la lista dei governi di tutto il mondo impegnati a regolamentare, o meglio a provare a farlo, il mondo di Internet in maniera bizzarra. In questa ottica, registriamo oggi la mossa del Regno Unito, dove a quanto pare i siti per adulti (ovvero pornografici) potrebbero essere presto oscurati dai principali ISP: lo riporta il Guardian, identificando i quattro provider in questione in Sky, British Telecom, Talk Talk e Virgin.

La giustificazione sembrerebbe essere la solita: l’intenzione di tutelare i bambini impedendo loro l’accesso a contenuti a essi poco indicati, costringendo così gli abbonati a tali ISP a dare un consenso esplicito per l’accesso ai siti vietati ai minori. Pur condividendo la nobiltà dell’intento, come spesso accade in casi del genere i dubbi sono molti: a partire dal fatto che i provider (e chissà chi altro) avranno a disposizione un dato che possiamo sicuramente ritenere sensibile, espressamente fornito dai loro utenti che immaginiamo non saranno contenti di far sapere a terzi di avere intenzione a propri di visitare qualche sito di questo genere. Senza contare la paura di finire in una sorta di “lista dei pervertiti”.

Ma la polemica riguarda anche i filtri a livello ISP, dimostratisi più di una volta tutto tranne che infallibili in quanto non in grado di coprire tutto ciò per cui sono stati costruiti, scoprendo allo stesso tempo il fianco a una possibile serie di falsi positivi. Chi e come gestirebbe questi ultimi? Chi e come invece gestirebbe l’intera lista? Quali sarebbero i contenuti “meritevoli” di finire nella black-list? Foto, video? Un semplice nudo, un mezzo nudo? Troppe domande che non trovano una risposta e che vanno a minare la libertà e la neutralità della rete.

Via | Neowin.net