
Era inevitabile che, prima o poi, il CRS-3, il nuovo mostruoso router prodotto da Cisco, capace di oltre 322 Terabits al secondo, avrebbe destato preoccupazioni in seno alle major della produzione e della distribuzione cinematografica. Time Magazine ha dedicato un pezzo alla questione, a meno di 10 giorni dalla presentazione dell’innovativo prodotto.
Il fatto è - detto in parole semplici - che questo router può trasmettere l’intera filmografia mondiale (e per “intera filmografia mondiale” Time intende da Pierino ad Avatar) in “meno di quattro minuti”. I consumatori gioiscono, i produttori piangono.
Eppure, tanto la Motion Picture Association of America (MPAA) quanto la Recording Industry Association of America (RIAA), non hanno solo da perdere da innovazioni come queste, soprattutto se unite ai tentativi di Google di sperimentare reti domestiche ad altissima velocità.
Time ricorda come proprio la MPAA, nel lontano 1980, protestò con violenza contro l’avvento della videoregistrazione su cassetta alla portata di tutti, temendo la fine del cinema nelle sale. Lo stesso con il DVD, qualche anno dopo. Probabilmente, per la prima volta da quando c’è Internet, la rete stessa potrebbe diventare un nuovo metodo di distribuzione. Essendo ancora più efficiente, ancora più veloce, ancora più capillare dei precedenti, fa paura a chi campa sui vecchi metodi. Ma, in realtà, come sempre è stato, sarà solo foriero di nuove possibilità di incontro fra domanda e offerta.
Dopo essersi scagliato qualche tempo fa contro le console da gioco, il Presidente del Venezuela Hugo Chavez ha deciso stavolta di andare contro Internet, auspicando nella propria nazione un maggior controllo da parte delle autorità su quanto viene pubblicato sulla rete.
La reazione di Chavez arriva come conseguenza dell’apparizione su un sito della notizia su un presunto falso omicidio di uno dei suoi ministri, cosa che a quanto pare ha spinto il presidente a dire queste parole:
“Internet non può essere un qualcosa di aperto dove tutto ciò che si dice è fatto. Ogni nazione deve applicare le proprie regole e norme. Dobbiamo agire. Chiederemo al procuratore generale di aiutarci, perché questo è un crimine. Sono stato informato che questa pagina pubblica periodicamente incitamenti al colpo di stato. Questo non può essere permesso”
Secondo diverse fonti tutto ciò sarebbe solo un pretesto per chiudere la rete in Venezuela, visto che da altre parti del mondo di certo non ci si sogna di attaccare la rete o parte di essa per quello che succede a causa di un singolo, tranne forse Cina, Iran e… ehm, Italia.
Venticinque anni fa, nel marzo del 1985, l’azienda Symbolics Computers con sede nel Massachusetts registrava il primo dominio .com, vale a dire Symbolics.com. Un anno dopo i domini .com registrati erano appena sei, per poi arrivare tra boom e grandi depressioni alla cifra che conosciamo oggi, pari a oltre 90 milioni di domini .com registrati sulla faccia della Terra.
VeriSign, azienda che gestisce la registrazione dei domini .com, ha anche creato un apposito sito per festeggiare il quarto di secolo di uno dei simboli di Internet, raggiungibile all’indirizzo http://25yearsof.com/, ovviamente un .com, poteva essere diversamente?
A voi è capitato di registrare un dominio .com prima del 2000? Se si in che data? Per festeggiare l’evento facciamo una piccola gara e vediamo tra noi di Downloadblog chi è che ha il .com più vecchio.
Via | Domini.it

La Commissione Federale sulle Comunicazioni del Governo degli Stati Uniti ha approntato uno strumento pubblico in grado di permettere agli utenti della Rete di controllare gratuitamente ed efficacemente le prestazioni della propria connessione a Internet. E, naturalmente, di metterle a confronto con quelle reclamizzate, spesso con un po’ di ottimismo, dai rispettivi provider di banda.
Il progetto si chiama “National Broadband Plan” e si prefissa lo scopo di “assicurare che tutti gli americani abbiano accesso alla banda larga ad alte prestazioni”.
Secondo le prime statistiche raccolte dalla stessa Commissione, fra velocità effettiva e velocità “pubblicizzata” c’è in media un 50% di fandonie: la banda realmente a disposizione degli utenti, in altre parole, è la metà di quella che hanno sottoscritto per abbonamento. Non tutti gli opinion maker americani, anche fra i blogger, sono entusiasti della cosa. Lauren Weinstein, ad esempio, teme che i test effettuati dal Governo non possano essere accurati, se non altro perché non tengono conto di quanti altri utenti stanno accedendo contemporaneamente a una stessa rete domestica. Per non parlare, poi, degli scrocconi.
Pensavo meglio, rispetto all’Italia, sinceramente. Da noi è quasi dato per scontato che ci sia almeno un 50% di divario (e anche qualcosina in più) fra i due valori di cui sopra, ma lo si accetta con molta più rassegnazione, dopo aver fatto un controllo fai-da-te. Di più: lo si mette in conto, lo si calcola quando si fa un nuovo abbonamento: “Alice 2 mega? Ottimo, posso scaricare a 800 kb!”. Infine, non per sottolineare troppo le differenze fra la situazione nel nostro Paese e quella negli USA ma, mentre loro varano programmi come l’NBP, noi di facciamo controllare dalla Fapav.

Buona parte del Parlamento Europeo si sta dimostrando - coraggiosamente - insofferente rispetto all’atmosfera di segretezza e di mancanza di trasparenza intorno a tutto quello che riguarda il cosiddetto Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA: “Accordo Anti-Contraffazione”), da parte della Commissione Europea.
L’ACTA è un accordo plurilaterale su cui la Commissione è al lavoro per stabilire degli standard riguardo i diritti sulla proprietà intellettuale. Oltre all’Unione Europea, vi sono al lavoro anche i governi di paesi come l’Australia, il Giappone, gli Stati Uniti, la Svizzera, gli Emirati Arabi Uniti. Tutti i maggiori partiti rappresentati al Parlamento Europeo hanno fatto quadrato intorno a questa sensazione di disagio, facendo approvare nella seduta di ieri una risoluzione che renda obbligatorio per la Commissione pubblicare tutti i documenti fin’ora prodotti dalle contrattazioni con gli altri paesi.
Il Parlamento deve essere informato sui processi di negoziazione: è questa la parola d’ordine. Anche l’unico membro del Parlamento aderente al Partito “dei Pirati” Christian Engström ha firmato la risoluzione.
L’altro elemento su cui sembrano essere tutti d’accordo è l’assoluta contrarietà alla cosiddetta legge dei “Three strikes” (“le tre disconnessioni“): una normativa paventata o già applicata in alcuni paesi dell’Unione Europea, che infliggere la riduzione della banda dedicata a Internet o l’interruzione totale di essa per chi si fosse macchiato di crimini contro il diritto d’autore (dopo tre avvertimenti). Il Parlamento ha sempre fermamente condannato l’ipotesi che si possano diffondere ulteriormente leggi come questa.

La BBC ha svolto un sondaggio su 27.000 individui, sparsi su 26 differenti nazioni. La domanda alla quale il campione avrebbe dovuto rispondere è la seguente: “Internet dovrebbe essere un diritto fondamentale?”.
Non dovrebbe meravigliare nessuno, tranne i politici italiani e qualche altro loro collega particolarmente retrò, il fatto che la risposta sia stata pressoché unanime: l’80% degli intervistati ha dichiarato che sì, Internet va considerato ormai alla stregua di un diritto inalienabile, da sancire costituzionalmente.
Non è una dichiarazione esagerata, questa, se si considera che già due paesi come l’Estonia e la Finlandia hanno stabilito per legge che l’accesso a Internet debba essere garantito a tutti i loro cittadini.
A questo punto, la prima domanda che viene in mente, riguarda i paesi che censurano Internet, come la Cina: stanno facendo ancora peggio di quello che sembra, quando bloccano interi domini per i loro cittadini? La seconda, riguarda la pirateria informatica: fin dove si può spingere il diritto di abusare, al limite di commettere reati, esercitando un diritto della persona, come Internet è considerato, senza che azioni dei governi cerchino di “prevenire” quei reati?

Se la privacy non è il vostro valore fondamentale, mentre navigate sul web, date un’occhiata a questa social app: Flexoot.com. In sintesi, non fa che estendere - a tutti i siti visitabili - un tipo di network somigliante alla funzione di YouTube che vi mostra quali utenti stanno visualizzando gli stessi video che visualizzate voi.
Ci si iscrive al servizio, si installa una toolbar e si creano connessioni con altri utenti. Dopodiché, ogni volta che un altro di essi starà visitando la stessa pagina web su cui vi trovate anche voi (pensate ai siti di squadre di calcio, solo per fare un esempio), sarete avvertiti della cosa, e abilitati a scambiarvi messaggi e impressioni.
Le perplessità, manco a dirlo, sono moltissime, riguardo a uno strumento del genere. E’ potente, ma implica una grande responsabilità (per dirla alla Spiderman): aggiungere pochissimi altri utenti. Solo quelli che davvero vi interessa avere sempre a portata di mano, e che magari avete davvero sempre a portata di mano, tramit e IM e telefonia mobile. Il sistema, in questi casi, sostituisce parzialmente altri mezzi di comunicazione. Altrimenti, state tranquilli che disinstallerete la toolbar in men che non si dica. Flexoot è disponibile come add-on per Firefox, per Internet Explorer e per Safari.
Il provider inglese Virgin Media ha annunciato di avere intenzione di portare nelle case dei propri abbonati una velocità di linea pari a 100Mb entro fine 2010, definendo la nuova banda 24 volte superiore a quella fornita in media dagli altri ISP e permettendo così il download di album musicali in 5 secondi, trasmissioni TV da un’ora in 31 secondi e film HD in 7 minuti e 25 secondi.
L’offerta attuale di Virgin Media prevede 50Mb al costo di 38£ al mese, pari a circa 43€, mentre nella contea di Kent il servizio raggiunge addirittura la velocità di 200Mb, velocità che a breve dovrebbe essere disponibile anche a Coventry. Al momento non si sa ancora se i 100Mb saranno disponibili a tutti gli abbonati ma come nell’ultimo caso solo in alcune aree, né se la nuova offerta prevederà aumenti tariffari oppure no.
Inutile girarci intorno: di fronte a queste notizie, in Italia non possiamo che sentirci sempre più piccoli anche nei confronti di alcuni dei nostri cugini Europei, anche se la stessa Virgin Media è finita qualche tempo fa sotto le critiche per aver iniziato a monitorare i pacchetti per individuare la quantità di traffico relativo a download illeciti, scopo al quale sicuramente molti possessori della nuova linea a 100Mb vorranno dedicarsi.
Via | Neowin.net

Tra qualche settimana il Grande Fratello televisivo chiuderà i battenti, ma ci pensa internet a non farvene sentire troppo la mancanza: infatti la mania dei reality show ha da tempo contagiato anche il web e tra qualche giorno partirà Friends, un reality tutto internettiano ispirato alla nota serie televisiva in cui, neanche a dirlo, tre ragazzi e tre ragazze dovranno convivere per due mesi (e alla fine sarà il pubblico “spione” a decretare il vincitore).
Detta così l’idea non sembra troppo originale, ma per giudicare bisogna prima guardare. E se agli “sguardi indiscreti” di Friends siete irrimediabilmente interessati, a partire dal 25 febbraio il sito di riferimento del progetto sarà pienamente funzionante a questo indirizzo. Friends è una delle tante idee di Vitespiate.com, una web tv che da anni si è specializzata in reality interattivi e che da un po’ vede Lele Mora come direttore artistico.
Come avrete notato, ormai le interazioni tra web e televisione sono in costante aumento e quindi non ci stupiamo se il fenomeno riguarda persino i reality. Che poi si tratti o meno di forme davvero utili di interazione, questo è un altro discorso e se ne può tranquillamente discutere…

La mania scatenata da Chuck Norris e i suoi “fact” ha anche dal punto di vista informatico una sua conseguenza: una botnet dedicata all’attore americano scoperta da Jan Vykopal del dipartimento di sicurezza informatica della Masaryk University di Brno, in Repubblica Ceca.
Il codice sarebbe stato sviluppato da un italiano che avrebbe anche deciso di rendere pubblica la dedica includendo nel codice sorgente la scritta “in nome di Chuck Norris”: nonostante possa suonare alquanto divertente si tratta di un pericolo assolutamente da non sottovalutare, visto che la botnet prende di mira modem e router ADSL grazie alla poca propensione di molti nel cambiare le password di accesso, dando al malintenzionato di turno praticamente completo accesso alla configurazione della connessione di chi è infetto.
La prima cosa da fare dunque se non avete mai cambiato la password del vostro router consiste nell’inserirne una personalizzata, visto che attualmente la botnet Chuck Norris si sarebbe già propagata in giro per la rete tra America, Europa e Asia.
Via | Goodgearguide.com.au

Più va avanti l’affaire Fapav contro Telecom, più si aggrava gli occhi degli utenti della rete - e ai nostri - la posizione di Fapav. La cattiva fede pare aumentare di comunicato in comunicato, e anche sul suo altrimenti scarno sito ufficiale.
Dopo la presa di posizione del Garante per la Privacy riguardo agli indirizzi IP degli utenti dei maggiori siti di file sharing italiani - che la Fapav ha commissionato di acquisire ad una società francese - la Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva comincia a mettersi un po’ sulla difensiva. Ammette di aver raccolto dati sulle statistiche d’uso di alcuni strumenti di condivisione di file come eMule, ma solo al fine di stabilire quale fosse il provider più “gettonato” dai supposti “pirati”. Il suo fine era di poter poi cominciare a farvi pressione, colpendo gli utenti “pirata”.
Il tutto è avvenuto, come ancora Fapav ammette, attraverso una versione modificata dello stesso eMule, “modificato in modo da visualizzare la ripartizione dei download per ISP”. Il risultato ottenuto è stato che Telecom Italia sia il provider preferito dai pirati. Di qui il procedimento che riguarda Telecom. Come se non fosse intuibile che il maggiore ISP italiano fosse anche il più usato per il file sharing, legale e no. Anche senza ricorrere a magheggi come questi. Fapav sembra dimenticare il peer-to-peer legale e utile (prima ancora di poter essere proficuo), e come spesso accade ai paladini del diritto d’autore, fa di tutta l’erba un fascio.
Fapav continua a chiedere - e, ora, non più solo al Tribunale di Roma, ma anche al Garante per la Privacy, dopo il suo coinvolgimento - che Telecom spezzi una sua sorta di “omertà” nei confronti dei suoi utenti, accusandola di complicità coi loro operati. In altre parole, che violi apertamente la privacy di tanti navigatori. Il Garante è chiaramente dalla parte dei consumatori e dell’inviolabilità della loro riservatezza nell’aprirsi alla comunicazione e a Internet. Inoltre la cattiva fede della Fapav emerge dal modo in cui non solo giustifica, ma spiega “tecnicamente” la natura delle sue indagini sui siti in questione (quasi tutti aggregatori di file condivisibili). Quelle intrusioni, di cui sembra attribuirsi il diritto sacrosanto, chissà che non possano essere giudicate più colpevoli rispetto alle azioni di cui accusa tanto gli altri utenti della Rete.

Sono giorni durissimi per il panorama del peer-to-peer italiano. Eppure, lo stesso oscuramento di Pirate Bay avrebbe potuto essere solo l’avvisaglia di un periodo ancora più funesto, per i gestori e gli utenti italiani di siti web dedicati alla condivisione online. Grazie all’intervento deciso del Garante per la Privacy, probabilmente gli italiani che usano il peer-to-peer hanno trovato chi li tuteli.
Ricordate il processo Fapav? Si tratta di procedimento presso il Tribunale di Roma istruito su richiesta di un’associazione - molto agguerrita, non c’è che dire - per la tutela dei diritti d’autore e la proprietà intellettuale. Aveva chiesto all’autorità giudiziaria, in sostanza, misure straordinarie perché Telecom Italia potesse denunciare chi si commette reati di pirateria informatica dalla sue linee, mettendo a frutto dei suoi controlli sui contenuti scaricati.
Grazie a una società privata francese, la CoPeerRight, Fapav è entrata in possesso di indirizzi ip e statistiche di utilizzo di alcuni siti web italiani che ritiene evidentemente a rischio. L’associazione vuole che Telecom agisca contro i malfattori. Il fatto che Fapav sia in cattiva fede, per un serie piuttosto lunga di motivi di sostanza e di forma, non è sfuggito al Garante per la Privacy.
Il processo continua, ma nella stanza del giudice, oltre ai legali di Telecom, ora è presente anche un avvocato per conto proprio del Garante. Il quale ha depositato una memoria difensiva di 15 pagine in cui sostiene come le “prove” raccolte da Fapav siano inutilizzabili, perché ottenute illegalmente, violando la privacy degli utenti di Telecom. La Fapav comincia a indietreggiare e propone a Telecom di “avvertire” almeno gli utenti delle possibili conseguenze legali delle loro azioni. Ma Telecom non sembra accettare neanche queste pressioni, soprattutto ora che l’Authority le dà man forte. La battaglia è tutta da vedere.