«Se non puoi sconfiggerli, alleati con loro»: Julian Assange – la “bandiera” di WikiLeaks – ha pensato qualcosa di simile, candidandosi al senato australiano. Detenuto in Inghilterra, aspettando un’estradizione in Svezia (dov’è indagato per stupro), Assange ha consultato la legge elettorale e ha deciso di “correre” per l’Australia.
Reduce da un boicottaggio istituzionale, nella pubblicazione delle e-mail di Stratfor, WikiLeaks è sempre più una piattaforma per difendere la libertà di Assange. Già paragonato a Nelson Mandela e Tayyip Erdogan, il fondatore di WikiLeaks non è stato condannato in via definitiva ed è eleggibile al senato del proprio Paese d’origine.
Personalmente, più che a Mandela penserei a Beppe Grillo — paragonando il ruolo di Assange alla situazione politica italiana. Nella migliore delle ipotesi, da tribuno della plebe diventerà un voto in parlamento. Nella peggiore, si limiterà a evitare la detenzione in Svezia: rievocando un’altra pessima abitudine dei nostri politici.
Via | Twitter
OPERA, l’esperimento dell’Organisation Européenne pour la Recherche Nucléaire (CERN) di Ginevra – in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) italiano – ha restituito dei risultati inattendibili. Romeo Bassoli ha confermato l’alterazione della velocità dei neutrini: sarebbe stato un problema di connessione.
Divenuto popolare per il “presunto” tunnel citato in una nota di Mariastella Gelmini – ex-Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) – l’esperimento avrebbe sovvertito le leggi della fisica. Invece, è stato un errore di comunicazione tra i laboratori: l’ha ammesso pure Fernando Ferroni, il presidente dell’INFN.
Grazie a un nuovo esperimento dei ricercatori italiani, la velocità dei neutrini è stata riportata al di sotto della luce. L’INFN aveva già espresso delle perplessità sui risultati di settembre e la ripetizione del test le ha avvalorate: la scoperta è stata smentita. Restano soltanto le parodie dell’ex-Ministro che scava il tunnel.
Via | INFN
Encyclopædia Britannica, la più popolare delle enciclopedie in lingua inglese, ha deciso d’abbandonare la stampa dei volumi per essere pubblicata esclusivamente sul web. La Britannica è un testo storico, stampato dal 1768 a Edimburgo: dal 1901 la redazione – che conta oltre cento editori e quattromila esperti – è negli Stati Uniti.
L’edizione del 2010 da trentadue volumi, dunque, è stata l’ultima stampa cartacea della Britannica a distanza di duecentoquarantaquattro anni dalla fondazione. Tuttavia, l’accesso completo all’enciclopedia in rete è subordinato al pagamento di 79,95€ annui: la Britannica non ha mai adottato il modello di Wikipedia, nonostante tutto.
La modernità della Britannica era già stata evidenziata nel 2008, quando l’editore aveva concesso la consultazione gratuita ai blogger. Per promuovere il passaggio al digitale, Encyclopædia Britannica è gratuita per tutta la settimana: dal 21 marzo occorrerà nuovamente iscriversi, per ottenere un periodo di prova da trenta giorni.
Via | Encyclopædia Britannica
Visual.ly Create è un nuovo servizio per la realizzazione di infografiche, ovvero quelle rappresentazioni grafiche che riassumono dei particolari dati statistici. Fondata nel luglio del 2011, Visual.ly è diventata rapidamente una tra le piattaforme più popolari del settore: la nuova funzione è molto interessante — per il business.
Ad esempio, chi gestisse una pagina su Facebook potrebbe utilizzare Visual.ly Create per riassumere graficamente le statistiche di Insights. O, ancora, creare un’infografica dalle hashtags di Twitter. In futuro sarà possibile modificare i dati in tempo reale e inserire le proprie infografiche in un database suddiviso per categorie.
Create è stato annunciato soltanto lunedì e l’interfaccia sembra avere ancora qualche problema: alcuni collegamenti del sito sono corrotti e restituiscono un errore. Tuttavia, l’intuizione di Visual.ly è ottima e – risolte le prime difficoltà – il servizio potrebbe diventare un punto di riferimento per la visualizzazione dei dati.
Via | TNW
Réseaux IP Européens Network Coordination Centre (RIPE NCC), il registro regionale europeo di internet per l’assegnazione degli indirizzi, è in testa alle statistiche di penetrazione del protocollo IPv6. Esauriti gli indirizzi disponibili su IPv4, nell’ultimo anno i Regional Internet Registry (RIR) si sono dovuti aggiornare a IPv6.
Mentre i Paesi scandinavi guidano la classifica, l’Italia – che, pure, dipende da RIPE NCC – non è neppure citata: i provider italiani non sono ancora pronti a effettuare il passaggio a IPv6. Stando agli ultimi dati dell’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN), APNIC – il registro americano – è al 17% del totale.
RIPE NCC segue al 15% con LACNIC, il registro sudamericano: l’eccellenza europea non è nella competizione tra i registri, ma sui singoli Paesi. Nei primi venti ad adottare IPv6, 12 appartengono a RIPE NCC e 7 sono tra i primi dieci. Esclusa l’Italia, ovviamente: presto, l’indifferenza del nostro Paese a IPv6 avrà delle conseguenze.
Via | ICANN
Empedia è un nuovo progetto, realizzato dall’omonima startup svedese, che consiste in un’enciclopedia empirica basata sull’esperienza di Wikipedia. Il portale recupera i contenuti dal database di Wikimedia e aggiunge agli articoli delle funzioni interattive per l’approfondimento degli argomenti. Supplisce alle carenze di Wikipedia.
L’originale Wikipedia, infatti, ammette le discussioni sui contenuti in una sezione dedicata agli editori per il miglioramento del servizio. Empedia non intende alterare gli articoli di Wikipedia: le funzionalità aggiuntive che propone servono, piuttosto, a offrire uno strumento di confronto sull’esperienza maturata dai vari utenti.
Prendiamo, ad esempio, l’articolo su TechCrunch: uno dei blog statunitensi più influenti sulle novità tecnologiche. Empedia permette di commentare i contenuti, aggiungere sondaggi che riguardino l’esperienza su TechCrunch e aggiungere ulteriori immagini sulla galleria fotografica dell’articolo segnalando le modifiche agli iscritti.
Continua a leggere: Empedia, un’enciclopedia empirica basata sugli articoli di Wikipedia
Emphas.is è l’equivalente di Kickstarter – un portale per raccogliere fondi a finanziamento di progetti informatici – per il giornalismo fotografico. Permette, infatti, di pubblicare una o più immagini che sono a disposizione degli organi di stampa per un periodo limitato a una cifra di partenza di $10. Un’alternativa alle agenzie.
Anziché contattare direttamente la stampa, i fotografi pubblicano i servizi su Emphas.is per sessanta giorni circa: i giornalisti interessati a utilizzare le immagini nei propri articoli possono finanziare il progetto entro quella data — e disporre delle fotografie in pubblicazioni commerciali. È un modello di business che funziona.
In un certo senso, Emphas.is ha avuto successo nel monetizzare il meccanismo di Pinterest: il social network del momento (che, però, è attivo dal 2008). Mentre Pinterest incontra dei problemi sul copyright dei contenuti, Emphas.is dà la possibilità d’acquistare il diritto alla pubblicazione dagli autori. La qualità è molto elevata.
Via | The Next Web
Stratfor, l’agenzia d’investigazione privata già nel mirino di Anonymous, è oggetto dell’ultima pubblicazione di WikiLeaks. Cinque milioni di messaggi di posta elettronica scambiati tra l’agenzia e i propri clienti che rivelano il funzionamento dell’intelligence. Il materiale parte dal luglio del 2004 e arriva al dicembre del 2011.
WikiLeaks ha condiviso tutta la documentazione coi partner internazionali — in Italia, L’Espresso e La Repubblica. Il contenuto dei messaggi è molto interessante: ad esempio, rivela una connessione tra lo spionaggio internazionale e l’alta finanza. Goldman Sachs ha investito milioni di dollari in Stratfor per ottenerne il controllo.
La corrispondenza di Stratfor evidenzia una serie di illeciti perpetrati dall’agenzia allo scopo di soddisfare i propri clienti e trarne profitto. WikiLeaks ha ottenuto anche la lista degli informatori di Stratfor, insieme ai compensi percepiti nel periodo di riferimento. Un ritorno in grande stile per il portale di Julian Assange.
Via | WikiLeaks
Lea da Berlino ci annuncia i prmi speaker confermati per Next12, l’edizione annuale della conferenza hi tech tedesca che si tiene dall’anno scorso a Berlino, capitale europea dell’universo startup. Spicca il nome di Steve Souders, Head Performance Engineer presso Google e di George Dyson, storico della tecnologia e membro di EDGE (qui il suo profilo per vedere le sue presentazioni a TED). Gabriele ha tradotto da qui per voi qualche stralcio da un’intervista recente con Dyson: scorsi interessanti che si incrociano di rado tra le notizie hi tech perfino in lingua inglese.
The European: La sfida non è tanto quella di raccogliere informazioni, quanto quella di dargli un senso?
Dyson: Esatto. Oggi viviamo in un mondo in cui l’informazione è potenzialmente illimitata. L’informazione costa poco, ma darle senso è costoso. E dove si trova il senso? Solo gli esseri umani sanno dire dove si trova. Noi prendiamo il senso delle cose dalla nostra mente e dalle nostre stesse vite.
The European: Questo ci riporta alla indeterminazione e alla complessità della mente umana. I computer potranno mai sostituirla?
Dyson: Potrebbe essere. In fondo nel quindicesimo secolo c’era la visione, arcaica, che la mente umana fosse in posizione diametralmente opposta a quella di Dio, con in mezzo nient’altro che alcuni angeli. Ma è un’idea alquanto bizzarra, in quanto tutte le altre gerarchie in natura si compongono su più livelli, di sfumature. Io penso che sia più probabile che esistano altri livelli cerebrali, per quanto non penso somiglino a come potremmo immaginarli, cioè come un computer. E poi la gente va già in giro - e in quel senso partecipa a una forma di calcolo distribuito - facendo quel che gli dice di fare il loro iPhone. Solitamente siamo abbastanza felici di questa dominazione.
Continua a leggere: #Next12 - George Dyson: evoluzione ed innovazione
Ciclicamente ripensiamo la nostra presenza online. E se stessimo esagerando? E se passassimo troppe ore davanti allo schermo, a intossicarci col nulla totale? E se non fosse la cosa migliore avere account su tutte le piattaforme social, se in definitiva questo non fosse un modo per renderci più felici?
Nelle ultime settimane il tema è stato toccato da più punti. Brian Lam su Wirecutter ha citato il 25 gennaio scorso uno studio della Stanford University, secondo il quale le ragazze di età compresa tra gli 8 e i 12 anni che affermano di dedicare molto tempo all’utilizzo di strumenti multimediali si descrivono come meno felici e meno sicure socialmente rispetto alle coetanee che passano meno tempo dinanzi agli schermi.
Da lì Brian riflette sul rapporto tra uomo e tecnologia. Lui, che già da un annetto ha “scalato marcia”, ha scelto di avere una presenza online meno totalizzante
Devo la mia sopravvivenza alla tecnologia e mi piace come strumento, ma, al tempo stesso, la temo un po’ più della maggior parte della gente. È uno strumento ma non come un bel martello: perché un martello non vi sedurrà tenendovi seduti da soli in mutande per sei ore di seguito cliccando su di un video di YouTube e aggiornando Twitter. Temo la tecnologia perché temo la brutta sensazione che provo ogni anno a ridosso delle festività dopo una baldoria di tre giorni con la XBox. Temo non la tecnologia, in quanto male, ma perché è troppo facile iniziare a cliccare e non smettere mai (…) tutto ciò che ho fatto nell’ultimo anno, professionalmente e personalmente, è stato ridurre il peso eccessivo della tecnologia e del rumore nella mia vita il che ha fatto sì che la mia felicità aumentasse moltissimo. La felicità è il metro più importante nella tecnologia personale: se ti migliora la vita, è importante.
Ecco: la felicità. Quella stessa felicità di cui scriveva nel dicembre scorso Pico Iyer sulla Sunday Review del New York Times, parlando di “The joy of quiet”, la gioia della tranquillità che proviamo una volta che ci siamo volontariamente privati dell’eccesso di informazione.
Continua a leggere: Come stare meno sul web ed essere felici