
Ricorderete probabilmente il caso Eolas di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. A beneficio di chi non sapesse di cosa stiamo parlando, oltre a rimandare al link precedente riassumiamo anche in breve: una società con due brevetti ritiene di aver diritto a chiedere royalty ai cosiddetti “siti web interattivi”, in possesso cioè di video in streaming o immagini con effetti. Al processo, in svolgimento in Texas, le società della difesa (tra le quali anche Google, Yahoo e Amazon) hanno chiamato a testimoniare personaggi di spicco del web, come il suo “papà” Tim Berners-Lee, il fondatore di Netscape, Eric Bina, il creatore del browser Viola, Pei Wei, e l’inventore del tag HTML <embed>, Dave Raggett.
A quanto pare, una prima immediata vittoria è stata ottenuta: uno dei due brevetti è stato infatti ritenuto non valido, come annunciato dallo stesso Berners-Lee via Twitter:
“La giuria in Texas ha deliberato che il brevetto Eolas 906 non è valido. Buona cosa!”
Soddisfatte per il momento anche le società coinvolte nella difesa, come riportato da Google ad Arstechnica.com:
“Siamo felici che la corte abbia trovato il brevetto non valido, il che afferma la nostra affermazione che le pretese sono senza fondamento.”
Ma la strada per debellare eventuali minacce è ancora lunga, o almeno lo sarà fino a quando il sistema di brevetti USA (fortemente criticato da Tim Berners-Lee come riportato nel post precedente sull’argomento) non sarà cambiato alla radice.
Foto | Flickr

Come al solito, quando parla Tim Berners-Lee il nostro rispetto per quello che viene universalmente riconosciuto come papà del World Wide Web ci impone di prestare attenzione a ciò che egli dice. L’argomento di oggi ci arriva dall’insolito scenario di un’aula di tribunale del Texas, dove Berners-Lee è stato chiamato a testimoniare nel caso che vede un gruppo di società difendersi contro l’accusa di violare alcuni brevetti, che la società Eolas e l’Università della California sostengono essere di loro proprietà. Qualora dovesse essere riconosciuta, tale proprietà garantirebbe all’accusa il diritto di pretendere royalty praticamente da chiunque possieda un sito con “funzionalità interattive”, come un video in streaming o immagini con effetti.
Mentre su Wired USA è riportato il background dell’intera faccenda, che vede tra i vari soggetti impegnati nella difesa società come Google, Amazon e Yahoo, proprio tali aziende hanno chiamato Berners-Lee a testimoniare sul caso, insieme ad altri veterani del web come il fondatore di Netscape, Eric Bina, il creatore del browser Viola, Pei Wei, e l’inventore del tag HTML <embed>, Dave Raggett. Come dicevamo, nel caso in cui la tesi di Eolas dovesse risultare vincitrice, il suo fondatore Michael Doyle potrebbe decidere di rivalersi nei confronti di praticamente qualsiasi sito web moderno, nonché di sancire la definitiva vittoria dei cosiddetti patent-troll, in un sistema di brevetti USA che appare sempre più bacato quanto pericoloso.
La presenza di Berners-Lee al processo è motivata dalle sue stesse parole, quando interrogato dall’avvocato di Yahoo e Amazon, Jennifer Doan:
“Sono qui perché voglio aiutare a fare chiarezza su qualcosa di ovvio, e quello che era il senso dell’informatica all’ inizio degli anni ‘90. Gli attrezzi che avevo nella mia borsa, per dirla così.”
Perché all’epoca della nascita del WWW, non pensò a brevettare l’idea?
“Internet era già in giro. Mi occupavo dell’ipertesto, ed era già in giro da parecchio anch’esso. Mi occupavo di cose che conoscevamo già… tutto quello che facevo era mettere insieme i pezzi che erano sparsi da anni, in una combinazione particolare che incontrasse i bisogni che avevo. […] Noi (inteso come la collettività, NdR) siamo proprietari del web.”
Continua dopo il break.

Aveva fatto molto discutere, e fatto nascere una serie di proteste più o meno velate, la notizia dell’adozione, da parte di Twitter, di un nuovo sistema per il filtraggio degli utenti o dei tweet in base alla provenienza geografica dei visitatori. Sulla questione era intervenuto anche il CEO dell’azienda, Dick Costolo, che aveva sottolineato la necessità di un ordine legale per rendere invisibile un certo contenuto agli utenti di un determinato Paese. Ora quell’ordine è arrivato, direttamente dal Brasile.
L’attorney general del Brasile ha presentato un’ingiunzione preliminare per bloccare alcuni tweet e sospendere diversi account di utenti che stanno utilizzando Twitter per segnalare la presenza di autovelox ed altri punti di controllo stradali nello stato brasiliano di Goiás. Per il governo locale questi utenti metterebbero in pericolo la popolazione, dal momento che impediscono alle autorità di svolgere correttamente il loro lavoro e incentivano i cittadini a violare il codice penale e stradale. Se l’ingiunzione andrà a buon fine, questi utenti rischierebbero fino a 300 mila euro di multa per ogni giorno di attività.
Twitter non ha ancora intrapreso alcuna azione e dall’azienda, interpellata da CNet, hanno preferito non rilasciare alcun commento sulla vicenda. Che sia questo il primo passo verso l’applicazione della nuova policy? Lo scopriremo nei prossimi giorni.
Via | CNet

A Ramona Fricusu, una cittadina del Colorado, è stato ordinato di rivelare il contenuto del proprio portatile, affinchè l’accusa del processo in cui è coinvolta potesse usare i file contro di lei. Negli Stati Uniti la legge (sotto forma del Quinto Emendamento) garantisce ai cittadini il diritto di non auto-incriminarsi, ma il giudice distrettuale ha sancito che in questo caso le norme in questione non sono valide.
L’avvocato di Ramona non s’è certo perso d’animo e per salvare la donna ha invocato una delle situazioni più tipiche per chiunque bazzichi con i computer: “La mia cliente ha dimenticato la password” ha comunicato il legale, “E’ davvero probabile che se la sia scordata. Al momento non mi è neppure chiaro se la mia cliente è colei che è l’originario responsabile del processo di crittografia dei dati presenti sul laptop, e ne consegue che non sono certo che sia in grado di decrittarli”. Non serve un tribunale americano per ammettere che dimenticare una password, specie una di quelle “aziendali”, è davvero facile ed completamente plausibile.

Potrebbe sembrare strano preoccuparsene, ma alla fin fine per qualcuno, probabilmente fra molti e molti anni da adesso, sarà molto importante capire come l’era del personal computing si è evoluta. Questi pronipoti, archeologi o appassionati che siano, vorranno certamente esplorare i migliaia e migliaia di software che giravano su vecchi computer come Commodore 64, Apple II, Amiga e PC 8086. Per uno scherzo del destino, se tutti avessero sempre rispettato la legge questa folta gamma di programmi sarebbe già dovuta scomparire in una nuvoletta di tristi byte corrotti.
Come dice un interessante articolo di Benj Edwards, tutti quei software obsoleti sono stati registrati su supporto magnetico, come nastri, cassette, floppy, un genere di media estremamente delicato e che nelle condizioni ideali comunque non sopravvive per più di 30 anni - Molto meno in qualsiasi ambiente “normale”.
Chiunque sia vissuto nell’era del floppy, a dire il vero, avrà fronteggiato dischi danneggiati e malfunzionanti, un problema che continua a verificarsi sui moderni HDD, gli ultimi discendenti della categoria. Ne consegue logicamente che quei floppy che forse avete a prendere polvere cantina a questo punto sono già “morti”, il loro contenuto perso per sempre.
Continua a leggere: L'archeologia software dipende dalla pirateria
Kim Dotcom - al secolo Kim Schmitz - fondatore di Megaupload, deve rimanere in carcere. Lo ha deciso la Corte Suprema neozelandese, adducendo ancora una volta il pericolo di fuga: il 38enne, infatti, con tutte le risorse che ha a disposizione (inclusi un elicottero e un jet privato) se rilasciato su cauzione potrebbe lasciare il Paese ed evitare così l’estradizione negli Stati Uniti, dove lo attende un processo per violazione di copyright, racket e riciclaggio di denaro.
A nulla sono serviti i vari tentativi del suo legale difensore, Paul Davison - le condizioni di salute di Dotcom non sono idonee al regime carcerario, sua moglie è a casa in attesa di due gemelli e il possesso di elicottero e jet non sono garanzia di fuga - il giudice McNaughton è stato irremovibile: Dotcom resterà in carcere almeno fino al 22 febbraio, giorno della nuova udienza per estradizione.
Intanto, ed è forse questo che interessa di più i vecchi utenti di Megaupload, proseguono i tentativi per poter recuperare i file di fatto congelati con la chiusura del servizio da parte dell’FBI. Mentre le compagnie di hosting Carpathia Hosting e Cogent Communications Group dovrebbero mantenere in vita quei file per almeno altre due settimane, la Electronic Frontier Foundation si sta impegnando per il loro recupero. Per tutti gli aggiornamenti del caso vi consigliamo di monitorare i siti internet comunicati dalla Carpathia (www.carpathia.com e www.megaretrieval.com) attraverso i quali gli utenti verranno avvisati, con almeno una settimana di anticipo, nel caso in cui si decida di cancellare tutto.
Via | TorrentFreak
La Camera dei Deputati ha respinto, con una maggioranza “schiacciante”, l’emendamento firmato dall’On. Giovanni Fava — che intendeva riproporre una variante dell’obbligo di rettifica, per tutelare il diritto d’autore sul web. Il testo dell’articolo è stato completamente cancellato con 365 voti a favore, 57 contrari e 14 astensioni.
Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura, non è soddisfatto: è stata «un’occasione persa per combattere la pirateria informatica». Le parole di Polillo hanno un certo fondamento. Una parte dell’articolo bocciato riguardava la responsabilità dei provider sull’inserimento illecito dei contenuti protetti dal diritto d’autore.
Se si fosse trattato solo di punire chi lucra sulla diffusione clandestina di contenuti multimediali e/o ipertestuali, il presidente di Confindustria Cultura avrebbe tutte le ragioni. Il problema è che, per tutelare gli editori, quell’emendamento avrebbe condannato qualunque citazione testuale non autorizzata dai rispettivi autori.
Continua a leggere: È stato rifiutato, alla Camera, l’emendamento dell’On. Giovanni Fava
Nel 2010 tanto The Pirate Bay quanto Megaupload sono stati sull’orlo della confisca del dominio da parte del governo degli Stati Uniti. Nel caso di Megaupload la faccenda si è evoluta molto male per i gestori e per il sito, mentre TPB è stata temporaneamente graziata perchè in Svezia era in corso il processo d’appello.
Ora che il processo si è risolto sfavorevolmente contro tre individui collegati al sito, non esiste più questa barriera legale ed il governo americano potrebbe imporre la stessa sorte disgraziata alla Baia, confiscandole il dominio .org. Coloro che stanno gestendo TPB, però, sono dotati di riflessi rapidissimi, ed hanno già fatto in modo di trasferire il dominio su suffisso .se, al di fuori delle grinfie dell’autorità federale a stelle e strisce.
A chi si chiedesse perchè “avvicinare” metaforicamente il dominio a chi li ha appena condannati (i compatrioti svedesi), la faccenda è presto spiegata: il processo era contro tre individui (peraltro condannati in contumacia), non contro il sito che sta continuando ad operare normalmente. Gli americani, invece, hanno dato prova di essere prontissimi ad agire alla minima denuncia.
Assieme al cambiamento di dominio è arrivato anche una dichiarazione dai toni intransigenti:
“Il 2012 è l’anno della tempesta. Dopo aver assaggiato irruzioni, spionaggio e minacce di morte siamo ancora qui. Siamo stati all’inferno e siamo tornati più forti che mai.
I nostri tre amici e fratelli di sangue sono stati condannati alla prigione. Questo potrebbe suonare peggio di quanto in realtà non sia. Siccome nessuno di loro vive più in Svezia, non andranno in galera. Sono tanto liberi oggi quanto lo erano ieri.
In quest’anno della tempesta, i vincitori innalzeranno mulini a vento ed i perdenti costruiranno rifugi. Quindi flettete i vostri muscoli, compagni pirati, e donateci il vostro potere! Costruite più siti! Più reti! Più protocolli! Urlate più forte che potete e portate la lotta ad un livello di intensità superiore!”
Via | TorrentFreak
Vicenda Megaupload, nuova puntata: l’attenzione è rivolta sempre ai dati inseriti sulla piattaforma dalla sua moltitudine d’iscritti, soprattutto a quelli che non violano alcun copyright e non fanno quindi male a nessuno. La Electronic Frontier Foundation ha dato vita a uno sforzo congiunto con Carpathia Hosting, una delle società che ospita i server di Megaupload: obiettivo quello di proteggere i dati legali dalla cancellazione.
Per l’occasione è stato aperto il sito web Megaretrieval.com, dove sono presenti anche le motivazioni di entrambi i soggetti coinvolti. Ecco come la spiega l’avvocato della EFF Julie Samuels:
“La EFF è preoccupata per i tanti utenti rispettosi della legge di Megaupload.com che hanno visto la loro proprietà portata via senza avvisi e senza che il governo facesse nulla per aiutarli. Pensiamo sia importante che questi utenti ottengano che le loro voci siano ascoltate nell’andare avanti del processo.”
Interessante invece la dichiarazione di Carpathia Hosting sulla cancellazione dei dati:
“Non abbiamo piani immediati per i server di Megaupload. Ciò significa che non ci sarà a breve alcuna perdita di dati per gli iscritti a Megaupload. Se la situazione dovesse cambiare, pubblicheremo un avviso con almeno 7 giorni d’anticipo su www.Carpathia.com e www.MegaRetrieval.com.”
Via | Slashdot.org
La Corte Suprema svedese ha appena annunciato di aver respinto il ricorso presentato da tre dei quattro fondatori di The Pirate Bay contro la sentenza emessa nel novembre 2010 nei loro confronti, rendendo di fatto definitive le loro condanne: 8 mesi di carcere per Peter Sunde, 10 mesi per Fredrik Neij e 4 per Carl Lundström, oltre alla salatissima multa di 46 milioni di corone svedesi (6,8 milioni di dollari). Per il quarto imputato, Gottfrid Svartholm, assente per motivi di salute durante il processo d’appello, è diventata definitiva la condanna a 12 mesi di carcere inflittagli in primo grado.
Tutti gli imputati erano stati condannati per aver reso disponibile per file sharing illegale materiale protetto da copyright. Immediato il commento di Per E. Samuelsson, difensore di Lundström: “Questo verdetto è assurdo. Mi spiace che alla Corte non interessi dissezionare ed analizzare le varie sfaccettature di uno dei casi legali di più alto profilo di tutti i tempi“. E dire che le motivazioni dell’appello erano tutte molto valide, come vi avevamo spiegato a suo tempo:
Secondo il ricco fondatore di Rix Telecom AB infatti la colpa delle violazioni compiute da The Pirate Bay dovrebbe ricadere su chi ha in realtà fondato e gestito il sito, e non quindi su chi come lui ha fornito solo i servizi necessari a tenerlo in piedi, con la pericolosità tra l’altro di creare uno spinoso precedente nei confronti di tutti i provider. […] pone anche l’accento sul perché si possa ritenere The Pirate Bay colpevole delle violazioni al copyright, mentre altri siti dai quali è possibile accedere ai medesimi contenuti (come anche Google) non sono al momento sotto processo. Terzo motivo infine, il presunto fallimento delle autorità nel dimostrare il suo aver agito “unitamente e in concerto” con gli altri imputati.
Alla luce di questa decisione, comunque, è già stato annunciato il ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Via | TorrentFreak