
Era inevitabile che, prima o poi, il CRS-3, il nuovo mostruoso router prodotto da Cisco, capace di oltre 322 Terabits al secondo, avrebbe destato preoccupazioni in seno alle major della produzione e della distribuzione cinematografica. Time Magazine ha dedicato un pezzo alla questione, a meno di 10 giorni dalla presentazione dell’innovativo prodotto.
Il fatto è - detto in parole semplici - che questo router può trasmettere l’intera filmografia mondiale (e per “intera filmografia mondiale” Time intende da Pierino ad Avatar) in “meno di quattro minuti”. I consumatori gioiscono, i produttori piangono.
Eppure, tanto la Motion Picture Association of America (MPAA) quanto la Recording Industry Association of America (RIAA), non hanno solo da perdere da innovazioni come queste, soprattutto se unite ai tentativi di Google di sperimentare reti domestiche ad altissima velocità.
Time ricorda come proprio la MPAA, nel lontano 1980, protestò con violenza contro l’avvento della videoregistrazione su cassetta alla portata di tutti, temendo la fine del cinema nelle sale. Lo stesso con il DVD, qualche anno dopo. Probabilmente, per la prima volta da quando c’è Internet, la rete stessa potrebbe diventare un nuovo metodo di distribuzione. Essendo ancora più efficiente, ancora più veloce, ancora più capillare dei precedenti, fa paura a chi campa sui vecchi metodi. Ma, in realtà, come sempre è stato, sarà solo foriero di nuove possibilità di incontro fra domanda e offerta.

Silicon Alley Insider si è posto una domanda corretta quanto interessante: cosa ne sarà del mercato dei motori di ricerca cinesi all’indomani dell’eventuale uscita di Google da quel mercato?
La risposta non sembra dare adito a dubbi: se la quasi totalità della popolazione cinese ne perderà in accessibilità e libertà, almeno qualcuno ne guadagnerà economicamente. Si tratta degli azionisti di Baidu, il motore made in China di maggior successo (e più osservanza ai dettami della politica). Caduto il concorrente americano - promotore, a quanto si è visto, di una polemica contro i filtri imposti dal Governo locale - il campione cinese avrà via libera verso il monopolio di fatto delle ricerche cinesi sul web.
Contano però, sempre secondo Silicon Alley Insider, le possibilità aperte ai concorrenti interni di Baidu. Infatti, altri motori cinesi esistono (come Tencent, Netease e il suggestivo Alibaba) e, con tutta probabilità, approfitteranno anche loro del vuoto che potrebbe aprirsi con l’assenza di Google.cn dai browser fissi e mobili dei cinesi.
In fin dei conti, però, se i rivali di Baidu non dovessero essere all’altezza di un duopolio o almeno di un oligopolio (sempre “di fatto”), in Cina non si prospetterebbe che una situazione simile a quella del resto del mondo (soprattutto parlando di USA): la predominanza assoluta sul mercato di un solo motore di ricerca. Solo, questa volta non sarebbe Google.

µTorrent è un ottimo client BitTorrent, con un problema: è stato bannato da una serie (ancora modestamente estesa) di tracker.
Il problema è una delle più importanti novità della sua ultima major release: il cosiddetto “micro transfer protocol“. Si tratta di un sistema con cui è possibile aggirare il problema del congestionamento delle reti, nel corso dei grandi trasferimenti di file che, spesso, avvengono su client BitTorrent. Questo sistema, però, inevitabilmente favorirebbe gli scambi fra utenti di µTorrent, agendo “slealmente” nei confronti di chi utilizzi altri client. Le vecchie versioni di µTorrent sono ancora supportate da tutti i tracker più importanti.
Molte reazioni degli utenti, naturalmente, hanno sostenuto principalmente la libertà di iniziativa di un client di successo, che innova nel suo settore e che non deve essere “imbrigliato” da regole imposte dall’alto (che poi tanto “alto” non è) in un “mercato”, tutto sommato, che talmente sregolato sembrerebbe assurdo sottoporre a “cavilli” come questo.
Altri, invece, sostengono che il nuovo protocollo introdotto da µTorrent sia addirittura causa di rallentamenti nell’utilizzo quotidiano del software e che, prima ancora di venire a sapere del ban, lo avevano disabilitato (visto che può essere disabilitato liberamente). Vedremo come si regoleranno gli sviluppatori. Certo è che una rete torrent a più “velocità” non va bene a nessuno.

Il battagliare continuo fra il Governo cinese e Google è ormai ai ferri corti, lo si sapeva già da tempo. L’attacco informatico nei confronti dell’azienda di Mountain View, però, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg più “diretta” di una serie di conseguenze che Google potrebbe pagare se non rispetterà le leggi valide sul suolo cinese.
“Noi supportiamo l’espansione di Google nel nostro mercato, ma se violasse le leggi cinesi non sarebbe amichevole e sarebbe irresponsabile e dovrà risponderne delle conseguenze”.
Sono parole di Li Yizhong, ministro cinese dell’Industria e della Tecnologia. Il Governo cinese fa filtrare dai motori di ricerca tutto il contenuto che non ritiene adatto alla popolazione che amministra: pornografia, violenza, ma anche contenuti politici di varia natura. Le parole del vice-presidente di Google Nicole Wong, però, non lasciano presagire nulla di buono:
“Google è ferma nella sua decisione di smettere di censurare i suoi risultati in Cina. Anche a costo di dover chiudere il nostro dominio google.cn e di lasciare il paese, siamo pronti ad andare avanti”.
Sono parole molto pesanti, soprattutto considerato che sono state pronunciate davanti alla Commissione Affari Esteri del Parlamento americano, durante un dibattito su “come la tecnologia può aiutare gli attivisti per la democrazia sparsi nel mondo”. Insomma, Google è avvertito, ma anche la Cina lo è. Del resto, nessuna delle due parti sembra temere l’altra: la Cina è convinta di poter fare a meno del motore di ricerca americano per sviluppare comunque il suo mercato di Internet e su Internet; Google è forte della sensazione di essere nel giusto, e nell’appoggio concretissimo del Governo del suo paese.

La Commissione Federale sulle Comunicazioni del Governo degli Stati Uniti ha approntato uno strumento pubblico in grado di permettere agli utenti della Rete di controllare gratuitamente ed efficacemente le prestazioni della propria connessione a Internet. E, naturalmente, di metterle a confronto con quelle reclamizzate, spesso con un po’ di ottimismo, dai rispettivi provider di banda.
Il progetto si chiama “National Broadband Plan” e si prefissa lo scopo di “assicurare che tutti gli americani abbiano accesso alla banda larga ad alte prestazioni”.
Secondo le prime statistiche raccolte dalla stessa Commissione, fra velocità effettiva e velocità “pubblicizzata” c’è in media un 50% di fandonie: la banda realmente a disposizione degli utenti, in altre parole, è la metà di quella che hanno sottoscritto per abbonamento. Non tutti gli opinion maker americani, anche fra i blogger, sono entusiasti della cosa. Lauren Weinstein, ad esempio, teme che i test effettuati dal Governo non possano essere accurati, se non altro perché non tengono conto di quanti altri utenti stanno accedendo contemporaneamente a una stessa rete domestica. Per non parlare, poi, degli scrocconi.
Pensavo meglio, rispetto all’Italia, sinceramente. Da noi è quasi dato per scontato che ci sia almeno un 50% di divario (e anche qualcosina in più) fra i due valori di cui sopra, ma lo si accetta con molta più rassegnazione, dopo aver fatto un controllo fai-da-te. Di più: lo si mette in conto, lo si calcola quando si fa un nuovo abbonamento: “Alice 2 mega? Ottimo, posso scaricare a 800 kb!”. Infine, non per sottolineare troppo le differenze fra la situazione nel nostro Paese e quella negli USA ma, mentre loro varano programmi come l’NBP, noi di facciamo controllare dalla Fapav.
Virgin Media sta provando a portare la fibra ottica sui pali telegrafici. Un esperimento che potrebbe rivoluzionare il modo in cui la fibra ottica e la connessione broadband viene distribuita nelle case.
Mai più lavori stradali, quindi, ma un utilizzo dei classici cavi aerei. In questo modo la banda ultraveloce inglese potrebbe raggiungere già ora e facilmente un milione di case. Il test è partito nel piccolo paesino di Berkshire di Woolhampton: agli abitanti viene offerta banda larga a 50MB più il servizio televisivo di Virgin Media.
Tutto questo mentre il governo inglese ha promesso l’accesso alla banda a 2Mbps a tutti gli abitanti entro il 2010 e una superbanda entro il 2017.
Gli scenari potrebbero radicalmente cambiare se questo tipo di tecnologia potesse effettivamente avere riscontri positivi. Potrebbe essere la volta buona anche per quelle aree del nostro Paese in cui ancora si “viaggia” con i modem 56k?

Buona parte del Parlamento Europeo si sta dimostrando - coraggiosamente - insofferente rispetto all’atmosfera di segretezza e di mancanza di trasparenza intorno a tutto quello che riguarda il cosiddetto Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA: “Accordo Anti-Contraffazione”), da parte della Commissione Europea.
L’ACTA è un accordo plurilaterale su cui la Commissione è al lavoro per stabilire degli standard riguardo i diritti sulla proprietà intellettuale. Oltre all’Unione Europea, vi sono al lavoro anche i governi di paesi come l’Australia, il Giappone, gli Stati Uniti, la Svizzera, gli Emirati Arabi Uniti. Tutti i maggiori partiti rappresentati al Parlamento Europeo hanno fatto quadrato intorno a questa sensazione di disagio, facendo approvare nella seduta di ieri una risoluzione che renda obbligatorio per la Commissione pubblicare tutti i documenti fin’ora prodotti dalle contrattazioni con gli altri paesi.
Il Parlamento deve essere informato sui processi di negoziazione: è questa la parola d’ordine. Anche l’unico membro del Parlamento aderente al Partito “dei Pirati” Christian Engström ha firmato la risoluzione.
L’altro elemento su cui sembrano essere tutti d’accordo è l’assoluta contrarietà alla cosiddetta legge dei “Three strikes” (“le tre disconnessioni“): una normativa paventata o già applicata in alcuni paesi dell’Unione Europea, che infliggere la riduzione della banda dedicata a Internet o l’interruzione totale di essa per chi si fosse macchiato di crimini contro il diritto d’autore (dopo tre avvertimenti). Il Parlamento ha sempre fermamente condannato l’ipotesi che si possano diffondere ulteriormente leggi come questa.
È da qualche giorno che m’interrogo sull’opportunità di segnalare l’evento che si terrà giovedì prossimo a Roma: siamo in clima pre-elettorale e la presenza di un membro del Governo – a prescindere dalla cd. “par condicio” – rende più delicato del necessario parlare di Internet è Libertà, un incontro che si terrà a Roma nell’ambito del supporto alla candidatura di internet al Nobel per la Pace.
All’incontro – condotto e moderato da Riccardo Luna, Direttore dell’edizione italiana di Wired – parteciperà infatti Lawrence Lessig dell’università di Harvard, noto in particolare per la fondazione di Creative Commons — l’organizzazione senza scopo di lucro per la libera circolazione dei contenuti che ha creato le omonime licenze in uso sul web.
La manifestazione sarà introdotta da Gianfranco Fini (che è tra i firmatari del manifesto per il Nobel a internet) ed è promossa da Capitale Digitale, un progetto patrocinato dal Comune di Roma che raccoglie Wired, Telecom Italia e Fondazione RomaEuropa. Può darsi che l’evento sarà seguito dai colleghi di 06blog.it come altri eventi affini: Lessig era già stato in Italia su invito di Meet The Media Guru a Milano.

La condanna contro i dipendenti Google per l’ormai famoso video di bullismo e la seguente reazione con cui l’azienda californiana ha definito il provvedimento una “seria minaccia per il web in Italia” hanno inevitabilmente causato una serie di reazioni su tutti i principali siti web stranieri.
I commenti più accesi sono senza dubbio quelli di TechCrunch Europe, dove si chiede senza mezzi termini di insegnare a Oscar Magi cosa sia una piattaforma di video sharing e in generale il concetto di user generated content, ironizzando anche sulla presenza dello stesso giudice su Facebook. Ci va giù pesante anche TechDirt, definendo la condanna totalmente ridicola e il sistema giuridico italiano uno scherzo.
Ma a parlarne sono praticamente tutti, dal New York Times a Neowin, da Mashable alla BBC, interventi dai quali il nostro Paese ci fa davvero una magra figura. Noi di Downloadblog abbiamo già detto la nostra sull’argomento, ma il pensiero non può non andare al titolo del post sul blog di Google: minaccia al web in Italia, che di questo passo si avvia su un binario morto.
Foto | Flickr
E così anche in Italia approderà presto un servizio di WiFi gratuito per chi viaggia sui treni: Mauro Moretti e Franco Bernabé – nel più ampio contesto della ristrutturazione delle tariffe per i viaggi sull’alta velocità – hanno annunciato che entro la fine dell’anno tutte le tratte dei Frecciarossa saranno coperte da un servizio di connettività a banda larga.
Nello specifico, la Milano-Torino sarà il primo percorso a usufruire del WiFi a partire da maggio: Milano-Bologna avrà la copertura entro settembre, mentre Bologna-Napoli dovrà attendere fino a dicembre. Si tratta indubbiamente di un’ottima notizia — anche perché sono state istituite la terza e la quarta classe, che dovrebbero essere più a buon mercato.
In un secondo momento dovrebbero fare capolino anche servizi di tipo 3G, sempre sui percorsi evidenziati: non mancano le doverose polemiche, perché i Frecciarossa restano un mezzo di trasporto d’élite cui accede una stretta minoranza di Italiani. Mentre i pendolari (oltre che privi di internet) sono costretti a viaggi in condizioni ai limiti della sussistenza.
Via | Il Sole 24 Ore

In merito al processo che vede come protagonisti Fapav e Telecom Italia, e marginalmente SIAE, un interessante post su Diritto.net fa luce sull’ “Indagine conoscitiva sul diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica” dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (documento PDF originale scaricabile dal link).
Dal post del Dr. Pino Bruno, che vi invitiamo a leggere integralmente, possiamo riassumere alcuni punti fondamentali. La Siae è un “ente costituito principalmente dall’attività, di natura privatistica, di intermediazione nell’utilizzazione economica delle opere protette da copyright…” ed inoltre “…il legislatore prevede che sia la SIAE a coordinarsi con l’Autorità (e non viceversa), peraltro “nei limiti dei propri compiti istituzionali”.
Siae e Fapav sembrano quindi essere uscite compiti loro attribuiti, quando intraprendono azioni ispettive che non sono state pianificate e condotte dall’Autorità. Agcom dice:
“L’azione di vigilanza della SIAE andrebbe invece circoscritta alle attività di cui alle lettere b), c), d), d-bis), d-ter) di cui all’art. 182 bis. Queste, infatti, attenendo alle proiezioni in sale cinematografiche, nonché all’attività di vendita e noleggio, e a quella di riproduzione attraverso fotocopiatrici, sembrano riguardare principalmente fenomeni di pirateria “fisica”, che, in quanto tali, esulano dall’ambito di competenza tradizionalmente riconducibile all’Autorità”…” Andrebbe pertanto stabilito che all’Autorità spetti, in via esclusiva, il compito di pianificare e condurre le 65 attività ispettive relative alle attività indicate alla lettera a) dell’art. 182 bis, attività per le quali essa potrà avvalersi delle forze di polizia operanti presso di essa (Polizia postale e nucleo per la radiodiffusione e l’editoria della Guardia di finanza) e, ove d’utilità, dei funzionari della SIAE, che, dunque, nel caso, svolgerebbero attività di supporto”.
Possiamo quindi dedurre che Siae e Fapav si siano mosse al di fuori dei propri ambiti, “certificando” in un certo qual modo i fatti, nel momento in cui presentano le proprie “prove”.
Da accusatori ad accusati, il processo Fapav contro Telecom Italia protrebbe rivelarsi un vero e proprio boomerang anche per Siae.
Foto | RocketRaccoon

Cogniview ci segnala un caso abbastanza particolare riguardante uno dei suoi software, Eudi, legata a una singolare situazione in cui sembra che sia addirittura un governo a vendere software pirata. I fatti sono questi: da una semplice vanity search sul web del proprio marchio, Yoav Ezer (uno dei fondatori della società) si ritrova con un link abbastanza curioso, come documentato nell’immagine che vedete a capo post.
Incuriosito, Ezer apre il collegamento e si ritrova su un sito almeno apparentemente di proprietà del governo di Trinidad & Tobago (gov.tt) dove trova la sua creatura Eudi venduta a prezzo notevolmente ridotto senza saperne praticamente nulla, conscio di non aver mai stretto nessun accordo di distribuzione con la nazione incriminata.
Documentando il tutto con una serie di immagini, Ezer scopre anche che tra le note relative a queste offerte ci sono alcuni punti molto poco chiari in cui si parla di copie acquistate all’asta e/o da società in bassa fortuna in fase di liquidazione dei propri prodotti.
Continua a leggere: Il governo di Trinidad & Tobago vende software pirata?